Il martirio dei docenti precari
Gentile Redazione,
stiamo assistendo ad una campagna denigratoria e diffamatoria contro gli in segnanti precari. La logica che sta prendendo piede sia nel Dpef sia sui mass media, è quella di cercare di tagliare, tagliare, tagliare. La scuola sembra essere diventato secondo sedicenti esperti del mondo scolastico il ricettacolo di frustrati che si rifugiano nell'ombra del posto fisso. In questo disegno infimo e perverso dove i numeri governano l'attività educativa, dove il denaro viene prima di qualsiasi percorso umano e formativo, dove i saccenti esperti dettano legge su come debba essere la scuola del presente e del futuro. L'egoismo della natura umana, nella sua cieca corsa verso il nulla, sta acuendo ancor di più il divario tra ricchi e poveri, tra potenti e deboli. Mi piacerebbe conoscere il percorso esistenziale professionale e lavorativo, di chi urla contro i docenti precari della scuola.
La pochezza umana, talvolta, non si accorge che dietro i numeri, dietro le sentenze a buon mercato, ipocrite e falsamente tendeziose vi sono uomini e donne che devono vivere del loro lavoro. Che hanno alle spalle, concorsi, specializzazioni, abilitazioni, pubblicazioni scientifiche, e nulla hanno da invidiare ai fortunati modernisti di turno della scuola. Mentre il resto del mondo investe il doppio se non il triplo dell'ITalia, nell'istruzione, qui si cerca di togliere il lavoro a chi con fatica lo ha conquistato. Che squallore! che miseria! che fango inonda questa "aiuola che ci fa tanto feroci", si parla di tutto tranne della centralità dell'uomo e della sua dignita'.
Voler tagliare 100.000 cattedre è un atto criminale, che troverà l'opposizione ferma di milioni di persone, uomini e donne che andranno a mangiare a casa del Ministro Gelmini e dei suoi accoliti. Roul Follereau in una conferenza alla Sorbona ebbe a dire: " I poveri rappresentano la bomba atomica del Terzo millennio", ed è stato un vero profeta precorrendo i tempi. Il sottoscritto è disabile, non puo' svolgere altri lavori, avendo una paresi spastica, e nonostante questo limite ama il proprio lavoro, vive ed opera in mezzo la strada ascoltando i ragazzi in difficoltà, aiutandoli, sostenendoli, incoraggiandoli. Molti giovani ripongono fiducia in me, vogliono i signori del Miur, con a capo il Ministro Gelmini, lasciare spegnere la mia voce, perchè ridotto alla miseria dalla disoccupazione. Tutti abbiamo diritto a mangiare, altrimenti quello stesso cibo sarà procurato in altro modo. Con l'aumento della criminalità. Che si dice ai nostri figli? che si dice che il ministro o chi per esso, deve tagliare migliaia di posrti di lavoro, riducendo la scuola ad un colabrodo, ad una spazzatura di carta. Dove le lezioni si tengono dinanzi a 35 o 40 persone come in Cina o in Corea, mentre allo stesso tempo, vi sono 4 volte di più insegnanti e personale ausiliario. Dove le ore di lezione durano un anno solare intero con un mese di sospensione dell'attività didattica, e contemporaneamente si programma l'aumento delle ore di lezione. Si dice che i ragazzi che la scuola forma non sono all'altezza di affrontare le sfide della vita, ma nessunio pensa che sino a quando il denaro, i parametri, il capitalismo selvaggio detterà la legge non vi potrà essere miglioramento.
La vergogna più grande cui stiamo assistendo è che si chiama innovazione ciò che dovrebbe chiamarsi cattiveria, porcheria, lerciume, sudiciume, in nome e per conto di chi non ha mai messo piede in una classe.
Spero che pubblicherete la mia lettera, perchè ne vale della mia ed altrui vita.
Cordiali saluti
Mauro Vallone
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L'Unità - martedì 17 giugno 2008 - pag. 27
Gelmini-Giavazzi, la strana coppia
Marina Boscaino
Potremmo pensare di crederle. Attendendo la prova dei fatti: il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria sta per uscire. Staremo a vedere quali sono i fondi che il governo intende stanziare per la scuola e comprenderemo se, realmente, le dichiarazioni rilasciate da Mariastella Gelmini qualche giorno fa siano il frutto di una concreta volontà o una trovata mediatica.
È vero che l’adeguamento degli stipendi degli insegnanti ai parametri Ocse è un ritornello già sentito. Ma diamo lo stesso fiducia a Gelmini che ci racconta, coadiuvata dal collega Brunetta, che gli insegnanti tedeschi guadagnano 20 mila euro più di noi, i finlandesi 16 mila; e che la media Ocse è superiore ai 40 mila euro l’anno. E ce lo rammentano, Brunetta e Gelmini, enfatizzando l’ingiustizia perpetrata da una simile condizione. Che sia la volta buona?
Gelmini ha cercato di rassicurare più volte sul fatto che non proporrà l’ennesima riforma: non è improbabile, dal momento che le riforme transiteranno, dal punto di vista legislativo, attraverso altri canali, altre proposte (Brunetta, Aprea) e, dal punto di vista della logica comune e del consenso, attraverso i “poteri forti” dell’informazione, che plaudono alle proposte ministeriali, alla “lotta al fannullone” e alla soluzione della carota e del bastone.
Mi riferisco, tra gli altri, ad un articolo di Francesco Giavazzi apparso qualche giorno fa sul Corriere della Sera, che ha suscitato un ampio dibattito proponendo l’abolizione dei concorsi nazionali. «Nessuna azienda privata penserebbe mai di avere successo con dipendenti sfiduciati, senza entusiasmo per il proprio lavoro» ne era l’inquietante inizio. Il fronte comune che si sta aprendo è insomma quello della valutazione - e, di conseguenza, dell’aumento salariale - del lavoro degli insegnanti. Un fronte minato, che occorre indagare con cautela.
Per analizzare con serenità le parole della Gelmini c’è peraltro qualche domanda alla quale il ministro dell’Istruzione deve ancora rispondere: innanzitutto la previsione economica. Ma anche la sorte dei precari, il cui numero e le cui condizioni esistenziali e professionali sono tali da non poter continuare ad essere ignorate da un governo che sostiene di voler investire sulla scuola.
È vero che Giavazzi ci spiega che «stabilizzare 50.000 insegnanti precari è un errore che potrebbe avere conseguenze irreparabili sulla scuola»: ma la politica dei figli e figliastri mal si coniuga con un buon inizio. E il diritto di precedenza per molti di coloro che da anni sostano nella scuola senza garanzie è una priorità.
E poi: quando Gelmini parla di «sistemi premianti per il corpo docente e di una valutazione del proprio lavoro», citando - in una logica straordinariamente bipartisan - nientemeno che il programma del Partito Democratico, a cosa si riferisce?
Sempre Giavazzi - proponendo concorsi locali, con un ampio margine di discrezionalità dei dirigenti scolastici nel reclutamento degli insegnanti e riferendosi all’esperienza dei paesi anglosassoni e scandinavi - suggerisce che «non ha senso valutare le scuole senza aver prima introdotto maggiore flessibilità nei percorsi di studio».
Svezia e Inghilterra - ricordiamo al ministro e a Giavazzi - diversamente dall’Italia non scontano però un'anomalia che si chiama Lega Nord; né hanno sviluppato il proprio sistema amministrativo su una logica di lobby, di interessi politici, pseudo politici e di raccomandazioni.
Gelmini ha presente la fine che ha fatto Berlinguer, proponendo il test di valutazione della preparazione degli insegnanti (il famoso "concorsone"), che portò allo sciopero di un terzo dei docenti italiani e alla sostituzione dello stesso ministro? Questo non significa certamente il rifiuto di prendere atto delle differenze di impegno, capacità, preparazione, impatto formativo, elaborazione scientifica tra i vari insegnanti: non siamo tutti uguali e sarebbe ora che di se ne tenesse conto. Come che si valutasse la formazione qualificata che ciascuno di noi fa o non fa, affidando la scelta - non riconosciuta né promossa in alcun modo - alla propria etica professionale.
L'individuazione di un sistema di valutazione oggettivo deve inoltre tener conto di un insieme di variabili tale che non può essere affidato all'improvvisazione; e a soluzioni dilettantistiche, dirigistiche, autoritarie, muscolari.
Ricordiamo poi al ministro che il terzo punto del suo "programma", l'autonomia - dopo il merito e la valutazione - è stata istituita allo scopo di promuovere la capacità di sviluppo, ricerca e sperimentazione dei singoli istituti; e non lo svincolamento da condizioni nazionali del sistema dell'istruzione (un elemento di garanzia civile), né la trasformazione delle scuole in enti in concorrenza mercantile l'uno con l'altro, sostenuto anche da Giavazzi.
Francesco Scrima: "Il ministro si guardi da consiglieri improvvisati"
Conoscere la realtà di cui si parla dovrebbe essere la prima regola per fare della buona informazione
e per distribuire consigli utili a migliorare le cose che si sono analizzate.
Il fondo di Fracesco Giavazzi sul Corriere della Sera di oggi (domenica 15 giugno) è costruito su elementi di così scarsa conoscenza della scuola che non bastano poche righe per controbattere le tesi che esprime.
Segnaliamo alcuni punti:
1. Il primo per immediata gravità e urgenza: la questione dei precari. Smettiamola di crederli dei
fastidiosi clandestini in attesa di sanatoria; sono insegnanti che hanno avuto l’abilitazione a questo
mestiere attraverso prove regolari, e in più hanno maturato significative esperienze. Fino ad ora
molte scuole hanno potuto funzionare regolarmente solo grazie a loro. L’Amministrazione li ha utilizzati e sfruttati; chi vuole rottamarli non ha il minimo senso di responsabilità e di giustizia.
C’è del resto una norma della Finanziaria che ne decreta e regola l’accesso nei ruoli. Fra le “regole di convivenza” che la scuola dovrebbe insegnare e testimoniare non c’è anche quella che ci dice di
rispettare le leggi e onorare i patti?
2. Il malessere della scuola ha cause un po’ più ampie e profonde di quanto l’editorialista sembra
presumere.
3. Le code di precari che bussano per un lavoro stabile alle porte della scuola sono le stesse che i
laureati fanno in Italia per qualsiasi altro posto adeguato ai titoli e alle aspirazioni che hanno.
4. Esistono già gli strumenti perché il sistema si difenda da quella quota di incapaci e furbastri che
in ogni grande organizzazione possono esserci. Se tali strumenti non vengono attivati di chi è la colpa?
5. Il sistema dei concorsi pubblici per entrare di ruolo nella scuola, se ben governato, è un serio meccanismo di garanzia per la società e il “pubblico” prima che per i singoli concorrenti; selezionare su criteri di competenza è doveroso e possibile.
Se non avviene sempre così di chi è la colpa? Il sistema dei Concorsi pubblici è comunque previsto dalla Costituzione; che facciamo?
6. I concorsi sono indetti per gradi di scuola, dunque non si va in una scuola media o in un liceo senza specifica abilitazione.
7. I curricoli di scuola sono già in larga parte nelle potestà progettuale delle singole scuole autonome e degli insegnanti e non di un Ministro o di una Commissione ministeriale.
Si tratta di sostenere la scuola in questo compito.
8. I dati Ocse-Pisa sono un po’ più complessi e articolati di quanto Giavazzi sembra conoscere.
Analizziamoli sino in fondo.
9. Sono anni che i Sindacati chiedono un sistema di valutazione nazionale. Chi non lo costruisce?
10. La classifica delle scuole non serve ai genitori per scegliere la scuola migliore. Le famiglie (tranne quelle di categorie privilegiate e abbienti) possono mandare i figli solo nella scuola più vicina. La qualità va assicurata a tutti e non è il sistema della classifica che lo garantisce (neanche in America).
Questo solo per cominciare a precisare. Al Ministro chiediamo di guardarsi da consiglieri improvvisati. A Giavazzi chiediamo di approfondire la conoscenza del sistema scolastico. Credendo nella sua onestà e buona fede, gli chiediamo di confrontarsi con noi in una riflessione più articolata.
Anche noi, quanto Lui, vogliamo una scuola efficace, efficiente, capace di rendicontazione sociale.
Francesco Scrima
Segretario Generale Cisl Scuola
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di Roberta Roberti
NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELLA SCUOLA!!
Mi pare che i segnali che stiamo registrando fin dai tempi di
Moratti-Fioroni, e le intenzioni chiaramente espresse da diversi ministri
delll'attuale governo (vedi Gelmini e Brunetta,oltre a una schiera di
affiancatori prima fra tutti Aprea), ci diano un segnale molto chiaro: la
privatizzazione della scuola deve procedere a grandi passi.
In Inghilterra si sta creando un grande movimento di docenti e genitori
contro le Academies, che sono il corrispondente delle Fondazioni proposte da
tanti in Italia e più recentemente da Aprea come soluzione al livello
"disastroso" della scuola italiana. In Francia la scuola si è mobilitata
contro la privatizzazione progressiva del sistema scolastico progettata da
Sarkozy.
Ad Amsterdam ci siamo chiesti chi diavolo abbia avuto dei buoni risultati
nei test OCSE PISA visto che in tutti i paesi europei le scuole hanno subito
strigliate per colpa degli scarsi risultati conseguiti.
Richard Hatcher ha risposto che salvo rare eccezioni nessuno dei paesi della
UE ha effettivamente raggiunto uno standard elevato, per il semplice fatto
che il livello non viene calcolato rispetto ad un valore assoluto, ma
rispetto a quanto si è fatto nell'anno precedente, per cui una scuola che
avesse preso 9 punti sul massimo di 10 e l'anno dopo prendesse 8, pur
restando ad un ottimo livello verrebbe catalogata come in calo, in perdita,
in fallimento.
Ciò innesca un meccanismo perverso, che non può essere funzionale a nulla se
non a consentire un controllo sempre più stringente sulle scuole e sul
sistema educativo in genere.
Le scuole sarebbero sempre sotto ricatto, i loro insegnanti sempre meno
liberi, se non liberi di andarsene in un'altra scuola, sperando in un
dirigente più vicino alle loro vedute, o meno rampante, o forse più
probabilmente meno esigente, perchè in una scuola tra le meno ambite o le
più disagiate.
Ciò è perfettamente in sintonia con il disegno di legge presentato da Aprea
e con l'idea di scuola che è sottesa alla legge 53.
Credo che su questo tema si potrebbe ricreare un fronte comune.
NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELLA SCUOLA, che sembrava fino a ieri uno dei tanti
slogan possibili per difendere la buona scuola, potrebbe diventare lo slogan
per una nuova forte presa di posizione dei movimenti.
Non so se i sindacati ci seguiranno. Non so se i partiti ci seguiranno.
Ma le persone, i genitori, gli insegnanti, gli studenti forse sì e
indipendentemente dalle indicazioni dei sindacati e dei partiti.
Vi giro la traduzione dell'ultima newsletter della Anti Academies Alliance.
Roberta Roberti
Ed Balls chiuderà 26 Academies fallimentari?
Oggi il ministro dell’educazione Ed Balls annuncerà che 638 scuole
fallimentari dovranno migliorare i loro risultati o saranno chiuse entro il
2011.
Dice che le scuole che saranno chiuse saranno riaperte come Academies o
Trust schools.
Però si è dimenticato di dire che 26 delle cosiddette "scuole fallimentari"
sono Academies. E questo su un totale di 83 Academies finora aperte.
Su queste basi se un 20% delle scuole superiori in Inghilterra sono
fallimentari, è pur vero che un agghiacciante 31% di Academies sono
fallimentari.
La proposta di aprire 300 Academies entro il 2010 è una considerevole
accelerazione del programma sulle Academies. Porterà ad un minore controllo
delle comunità sulle scuole locali e creerà maggiore squilibrio. Il fatto
che il Kent abbia 30 scuole comunali a basso livello e risultato, ed il
maggior numero di grammar schools nel paese dimostra ciò che accade se
saranno aperte più Academies. Lungi dall’aprire una maggiore possibilità di
scelta, la differenziazione dei finanziamenti nell’educazione conduce ad una
distorta allocazione delle risorse.
La più comune certificazione da conseguire è il livello di 5 A*-C al GCSE.
Molti alunni che crescono in povertà non lo conseguono. Il governo pubblica
cifre diverse, cioè la proporzione di alunni che ottiene 5 o più A*-C, noto
come Livello I. Questo è un indicatore funzionale allo scopo di rendere
assai difficile per i ragazzi che hanno un livello inferiore trovare un
impiego.
A livello nazionale nel 2006, il 19% degli alunni delle Academies non ha
raggiunto questo livello.
Molto peggio che nelle supposte scuole fallimentari che esse hanno
rimpiazzato. Il livello nazionale era sotto al 10%.
new Anti Academies Alliance briefing paper on Attainment in Academies at
http://www.antiacademies.org.uk/index.php?option=com_remository&Itemid=41&fu
nc=fileinfo&id=85
Anti-Academies Alliance
PO Box 14412, Birmingham, B11 9DZ
07528 201 697
www.antiacademies.org.uk
office@antiacademies.org.uk
Le figure retoriche della Pubblica Istruzione
Caro Ministro,
mi presento. Sono l’ossimoro della Pubblica Istruzione, cioè una docente precaria ma stabile, storica per le cronache. Liquida, mi definisco io, e questa volta scelgo una metafora, perché mi adatto ad ogni scuola-contenitore come l’acqua. Viaggio con un bagaglio leggero, sempre pronta al trasloco, senza pensare mai che quel posto, quella cattedra, è mia. Scelgo libri di testo per alunni che non conoscerò e per colleghi che dovranno usarli senza averli scelti, infliggo debiti che non vedrò saldati, semino concetti che non raccoglierò, mento di continuo, saluto con arrivederci che in realtà sono addii. Quando ero giovane, ora ho 48 anni, ho scelto di fare l’insegnante perché volevo impegnarmi in qualcosa di costruttivo per la società. In verità a volte ci sono riuscita, mi è parso pure di costruire castelli, ma sono sempre stati castelli di sabbia, con la prima mareggiata di settembre sono andati giù, e io lì, ancora oggi, a ricostruire, anno scolastico dopo anno scolastico, in una scuola diversa. Da due anni ho avuto una spezzone di cattedra in un Istituto superiore di quelli definiti a rischio, cioè con una utenza difficile. Le utenze difficili sono il pane di noi precari, insisto con le figure retoriche, chi sceglie le cattedre prima di noi se ne tiene lontano. Qui i ragazzi sono stati traditi dalla società, dagli adulti. Anche io li tradirò. Dopo l’estate prenderò altre strade che porteranno ad altre scuole solo perché va rispettata la burocrazia e la graduatoria, e chi se ne importa della continuità didattica, dei sentimenti che tanto, quelli, non si segnano sul registro! Ecco che allora la supplenza annuale diventa un purgatorio, lungo, come il tempo delle espiazioni: il paradiso( cioè il ruolo) è lì, ma prima devi scontare, ma ancora per quanto, signor Ministro? Come faccio ad avere il coraggio, ogni anno, di dire ai miei alunni che non ci sarò, con loro, il prossimo anno? Che ne sanno loro di punteggi, di contenimento della spesa pubblica, di contrazione delle cattedre? Come glielo faccio capire che non dipende da me perché la scuola viene discussa e modificata e stabilita nelle finanziarie, e non nei dipartimenti appositi della conoscenza? Negli ultimi mesi noi precari siamo come la polvere che tutti cercano di nascondere sotto il tappeto. Ma, inevitabilmente, come la polvere siamo tenaci, e concedetemi la similitudine. Siamo abitualmente concentrati in tutte le scuole, un insegnante su sei è precario, soprattutto in quelle di frontiera, e così la precarietà esistenziale degli studenti più problematici si salda con la nostra precarietà lavorativa, privando i primi dei necessari punti di riferimento e i secondi della possibilità di calibrare interventi didattici a lungo termine. In una situazione del genere, inevitabilmente, diventano precarie le nostre parole, le azioni, i rapporti con gli alunni sempre nuovi e le intenzioni che li accompagnano, quando tutto va per il meglio, per otto mesi all’anno. In noi traspare la precarietà come unica e sola certezza, precari ma per sempre, quella che il ragazzo percepisce come legame effimero. E’ questa la scuola che vogliamo? E che dire della dispersione scolastica? Permettetemi di rilevare un paradosso: come pretendo io di essere credibile se mi sento una campionessa di peregrinazioni? Come faccio a battermi per la frequenza e la costanza dei miei alunni se io stessa mi disperdo in continuazione? E come finisce l’anno scolastico mi ritrovo subito a pensare al prossimo. Il mio contratto di lavoro comincia il 1° settembre e scade il 30 giugno, ogni anno. Da più di 10 anni a questa parte. E trascorrerò l’estate, l’ennesima, con la sindrome della cattedra vuota, fino al giorno delle nomine, a quando guarderò la lista delle disponibilità e anche questa volta dovrò scegliere una scuola diversa. Il precariato stabile, per noi docenti, è uno strano destino, perché è come dare gli esami e non sapere mai l’esito finale, come costruire una casa, e ancora una volta non andarci mai ad abitare. E scusi l’ennesima figura retorica. Ma finora noi precari l’abbiamo sempre descritta in chiaro, la nostra situazione. E non è mai cambiato niente. Chissà se con un po’ di retorica, qualcuno ci ascolti.
Prof.ssa Elena La Gioia
Responsabile CIP Puglia
Liberazione: Attenti, la scuola pubblica è in pericolo
13-06-2008
Gennaro Loffredo*
L'anno scolastico è finito. Un sospiro di sollievo per tanti. Mentre i più piccoli si apprestano ad affollare centri estivi e case dei/delle nonni/e, ed è (in extremis) stata fatta un po' più di chiarezza sul recupero dei debiti per gli studenti delle superiori, e poco o nulla si sa delle prove suppletive, calate completamente dall'alto, che dovrebbero (il condizionale è doveroso poiché ciascuna scuola può decidere se farle valere o meno nel giudizio finale) sostenere gli allievi che si licenziano dalla scuola media, la ministra Gelmini sta cercando di capire come funziona la scuola in una full immersion con la sorella insegnante - non so come farà per università e ricerca.
Valentina Aprea intanto, che tutti pensavamo fosse la naturale sostituta della Moratti, gioca le sue carte e deposita alla Camera un ddl di 22 articoli dal titolo "Norme per l'autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti". In esso affronta tematiche che già conosciamo e che già, durante il precedente governo Berlusconi erano state parzialmente discusse senza mai però approdare in aula. Stavolta la Aprea, vuoi perché non coinvolta direttamente in ruoli di governo, vuoi perché l'unica del settore - si è vista scavalcata anche da Pizza a cui qualcosa bisognava pur dare per il ritiro del ricorso che avrebbe fatto slittare le elezioni dello scorso aprile - vuoi perché si avvicina l'estate (fisiologicamente calano interesse ed attenzione sia per la stanchezza di fine anno scolastico che per l'avvicinarsi delle vacanze) sembra voler procedere in gran fretta. Tant'è che il ddl è già stato assegnato alla competente Commissione Istruzione e Cultura della Camera dei Deputati, che lei presiede. E' una vera e propria rivoluzione dell'intero sistema pubblico di istruzione! In negativo ovviamente.
Mi rivolgo ai colleghi e alle colleghe, ai precari docenti ed Ata, agli studenti, ai genitori, ai sindacati, alle associazioni di categoria e a quanti a vari livelli si occupano di scuola. Alla stampa. La scuola pubblica è in pericolo. La società tutta è in pericolo poiché si mette in discussione un diritto fondamentale della nostra Costituzione: il diritto allo studio. Brunetta parla della scuola come se fosse una qualsiasi fabbrica, la Costituzione viene dilaniata con la promessa di Berlusconi al Papa di finanziare direttamente le scuole private paritarie per aumentare la competizione verso l'alto con quelle pubbliche che nel frattempo subiscono duri tagli agli organici. La Gelmini studia… Pizza…?... La Aprea fa tutto il resto. Riscrive lo stato giuridico dei docenti, ciascuna scuola bandisce i concorsi per assumere docenti ed Ata in conformazione al Pof (Piano dell'offerta formativa), spariscono le rappresentanze sindacali, vengono eliminati consigli di istituto e di circolo e trasformati in consigli di amministrazione. Al posto di ogni scuola una fondazione. La gestione? Delle Regioni, naturalmente. E quest'ultima cosa fa il paio con la debolezza con la quale è stato risolto l'affidamento del Miur alla Gelmini. Oserei dire quasi come il Turismo affidato alla Brambilla. Scuola, Università e Ricerca sono questioni delicate. Molti governi ci hanno lasciato le penne. Ma se il progetto è quello di affidare tutto alle Regioni il quesito è risolto. Anche la Gelmini, che avrà sicuramente alte competenze in altri campi, va bene. Solo la scuola riguarda circa 15milioni di persone. Ed è centrale nel prefigurare un nuovo modello di società.
Rimettiamo queste tematiche al centro del dibattito politico, non lasciamo che se ne occupino solo gli addetti ai lavori. Riguarda tutti e tutte; l'acquisizione di ogni seppur piccolo diritto di cittadinanza cresce nelle scuole, nelle aule, dove bambini e bambine di tutto il mondo ormai passano, si incontrano, crescono, maturano pensiero critico. E tutto ciò non avviene a caso. C'è il lavoro continuo, scrupoloso, competente, attento di una comunità educativa che della scuola ha sempre avuto cura. Nonostante i governi, nonostante la scarsità delle risorse, nonostante la denigrazione continua dei mezzi di comunicazione di massa che mettono l'accento sempre e solamente sui lati negativi. Bullismo dilagante, insegnanti fannulloni… mai, dico mai, ho avuto il piacere di vedere in un telegiornale o sulla prima pagina di un qualsiasi quotidiano, una notizia che esaltasse quanto di buono e di prezioso anonimi insegnati portano avanti con fatica. Già, quello è solo il nostro dovere.
Eppure la televisione in passato ha svolto un ruolo importante nell'alfabetizzazione della nostra società. Molti hanno imparato a leggere e scrivere grazie alle lezioni del maestro Manzi (1milione e mezzo conseguirono la licenza elementare) che contribuì notevolmente all'unificazione culturale della nazione attraverso l'insegnamento della lingua italiana. E' prima di "Non è mai troppo tardi", nel 1958, "Telescuola", con 4milioni di telespettatori al giorno, che con il maestro Accatino innovò la didattica dell'Educazione Artistica, promuovendo la docenza della storia dell'arte e dell'educazione all'immagine nella scuola dell'obbligo. Oggi per vedere un programma un po' più intelligente bisogna aspettare le tre di notte.
*maestro elementare
_________________
Nell'attesa di conoscere il programma governativo sulla scuola che il Ministro del MIUR si appresta ad illustrare alle Commissioni parlamentari competenti, apprendiamo che l'onorevole Valentina Aprea, Presidente della VII Commissione della Camera, ha presentato - e già calendarizzato - una proposta di legge concernente: "Governo delle Istituzioni scolastiche; Stato giuridico del personale docente e relative carriere; Nuove modalità di formazione iniziale e reclutamento dei docenti; Nuove forme di rappresentanza sindacale e soppressione delle RSU nelle scuole".
C'è materia più che sufficiente per un programma di legislatura.
Pur nel rispetto della sovranità del Parlamento e del potere di proposta dei parlamentari, consideriamo l'iniziativa intempestiva e inopportuna nel metodo, inaccettabile e da contrastare nel merito.
Ma ci chiediamo, intanto: si tratta di un'anticipazione del programma di Governo o di un'iniziativa parallela e in concorrenza?
Roma, 3 giugno 2008
Francesco Scrima, Segretario Generale CISL Scuola