La Pantera che studia e lavora
21 maggio 2008 - di Paolo Malerba
Riteniamo il sistema pubblico dell’istruzione parte fondamentale per la formazione di una cittadinanza critica e responsabile, e per la formazione della ricchezza del paese. Secondo i dati OCSE l’istruzione pubblica si rivela un investimento: ad ogni anno di istruzione in più corrisponde l’aumento di un punto in percentuale del PIL. Le ricadute dell’istruzione sull’economia sono da considerarsi ancora più importanti per un paese come il nostro povero di materie prime e con una crescita economica al limite della stagnazione.
Secondo i dati OCSE-Pisa (Programme for international student assesment), resi pubblici lo scorso dicembre e che valutano le competenze dei nostri studenti quindicenni, tra il 2000 e il 2006 il punteggio medio degli studenti italiani in lettura è diminuito in misura statisticamente significativa, passando da un punteggio pari a 487 a un punteggio pari a 469, contro una media OCSE pari a 500 nel 2000 e a 492 nel 2006. Tra il 2003 e il 2006 il punteggio medio degli studenti italiani in matematica non è cambiato in misura statisticamente significativa, passando da 466 a 462, contro una media OCSE, però, pari a 500 nel 2003 e a 498 nel 2006. Secondo il rapporto del 2006 in Italia la percentuale dei diplomati fra i 25 e i 34 anni è del 64% contro la media UE del 77%. Di pari passo la spesa per l’istruzione in rapporto al PIL è diminuita notevolmente attestandosi al 4,7% del PIL contro il 5,5% di quindici anni prima.
Se negli ultimi anni la spesa per l'istruzione fosse rimasta inalterata le casse delle scuole e delle università italiane, direttamente o indirettamente, avrebbero ricevuto 12 miliardi di euro in più. Tali investimenti si discostano in maniera vistosa dalla media dei 32 paesi Ocse (al 5,2 per cento nel 2003) e da Francia, Danimarca e Finlandia che viaggiano attorno al 6 per cento.
I dati del 2006, in relazione al rapporto insegnanti – studenti in Italia, farebbero pensare ad una situazione squilibrata rispetto alla media europea. Nell’istruzione primaria, il rapporto è di 10,7 studenti per ciascun insegnante, il livello più basso tra i paesi OCSE e molto inferiore alla media OCSE che è del 16,9; nell’istruzione secondaria 11 studenti per insegnante contro la media OCSE del 13,3. Questi dati non tengono però conto del peculiare modello scolastico italiano che include tra coloro che hanno diritto all’istruzione anche coloro che sono affetti da disabilità, ritenendo indispensabile l’inclusione di questi, non in scuole differenziali, bensì nella scuola di tutti. Non tengono, inoltre, conto della particolare geomorfologia del territorio italiano che rende indispensabile la dislocazione delle scuole anche in luoghi non facilmente raggiungibili come le piccole isole e le comunità montane.
Lo scadimento del successo dell’azione educativa va altresì ricercato nell’interruzione della continuità didattica degli insegnanti dovuto all’alternarsi dei docenti in un unico ciclo di istruzione sulla stessa disciplina.
Ciò è dovuto al fatto che le singole istituzioni scolastiche determinano il fabbisogno di insegnanti per ogni anno scolastico in funzione di formule prestabilite, in rapporto agli studenti che l’anno successivo frequenteranno la scuola. Tale rapporto definisce l’organico di diritto, ovvero il numero di insegnanti di cui la singola istituzione, per diritto, dovrà disporre. Al momento dell’inizio dell’anno scolastico accade che tale numero, di fatto, risulterà del tutto insufficiente per il normale funzionamento delle attività didattiche. Si procederà quindi a determinare il cosiddetto organico di fatto che, invece di basarsi su rapporti matematici, si fonderà sul reale fabbisogno della scuola.
Ecco, a questo punto, entrare in gioco i circa 140.000 precari (numero per difetto) che permetteranno il normale avvio dell’anno scolastico. Il miglioramento dei risultati educativi passa necessariamente anche per la stabilizzazione del personale precario al quale va restituita riconoscibilità sociale e dignità lavorativa.
Per superare questo problema occorre riflettere sull’istituto del reclutamento dei docenti che va ripensato in termini di organico funzionale parificabile dunque all’organico di fatto. In un sistema di questo tipo i docenti sull’organico funzionale avranno le stesse garanzie dei docenti in forza all’organico di diritto ma potranno essere spostati, se necessario, di sede di anno in anno a seguito delle esigenze dell’Amministrazione scolastica, fino al momento di passare all’organico di diritto stabile.
Fuori da questo sistema resterebbe un piccolo numero di precari che nella scuola di domani dovrà rappresentare più l’eccezione che la regola e come tale dovrà essere retribuita ovvero il docente precario non dovrà più rappresentare un risparmio di spesa per lo Stato bensì un aggravio.
4 MAGGIO 2008 – La denuncia - Durissimo attacco alla (ormai ex) viceministro Mariangela Bastico da parte dei precari della scuola, che si rivolgono a Beppe Grillo per denunciare la «presa per i fondelli dei lavoratori». Alla Bastico e al ministro Fioroni i precari non perdonano il «tradimento degli impegni» assunti con la Finanziaria circa un piano triennale di stabilizzazione di 150.000 insegnanti precari e 30.000 assistenti, tecnici e amministrativi. Lo scorso anno furono assunti 50.000 docenti e 10.000 Ata, ma nel 2008 alle recenti promesse della stessa Bastico non sono seguiti i fatti. «Per parte nostra - rassicurava la viceministro prima delle elezioni - abbiamo compiuto tutti i passi necessari a garantire la seconda tranche di immissioni in ruolo». Invece s’è pensato all’Alitalia, lamentano gli insegnanti. «Fioroni e la Bastico sono stati nuovamente eletti in Parlamento ma sia chiaro - minacciano nel forum precariscuola.135.it - che con la loro politica giocata sulla menzogna e sulla presa per i fondelli dei lavoratori non faranno molta strada: la presa in giro di queste ore resterà una macchia indelebile nel loro curriculum politico». Poi spiegano la propria situazione a Grillo: «Caro Beppe, chiediamo la tua solidarietà. I docenti precari vengono assunti a settembre per essere licenziati a giugno, hanno molti meno diritti dei docenti di ruolo per quanto riguarda ferie e malattie, devono ogni anno lasciare la loro classe e la loro scuola per ricominciare tutto daccapo senza alcuna possibilità di svolgere un lavoro continuo. Pochi giorni fa abbiamo subito una beffa atroce: la Finanziaria del 2006 prevedeva un piano triennale di 150.000 immissioni in ruolo che avrebbero dovuto risolvere il problema del precariato nella scuola. Le prime 50.000 immissioni sono state effettuate nel 2007 e siamo stati a più riprese rassicurati, sia dal viceministro Bastico sia dal ministro Fioroni, sul fatto che il governo Prodi avrebbe firmato la seconda tranche di immissioni in ruolo prima dell’insediamento delle nuove Camere». Ma «questa promessa è stata disattesa e la firma del decreto rinviata al nuovo governo che potrebbe anche bloccare tutto». Due mesi orsono la Flc aveva scritto al Prefetto (clicca qui) per denunciare il pericolo delle mancate immissioni.
La replica – La viceministro Mariangela Bastico assicura, dal canto suo, che è stato fatto tutto il possibile e in modo trasparente: «Alle 50mila assunzioni di docenti del 2007 vanno sommate le 20mila del 2006. Per quest’anno, a parte il fatto che contavamo di continuare il lavoro... con un altro risultato elettorale, bisogna dire che c’è stata una lunga trattativa col ministero dell’Economia e un lavoro di squadra per anticipare i tempi delle assunzioni, che normalmente avvengono in estate. Purtroppo, da parte del ministero dell’Economia c’è stata la disponibilità a sole 25mila assunzioni rispetto alle 50mila che noi volevamo. Tutti siamo stati d’accordo nel non accettare: era una cifra che ritenevamo non adeguata rispetto ai bisogni... Senza contare che neppure su quelle 25mila assunzioni abbiamo ricevuto la formalizzazione da parte del ministero dell’Economia». E ora? «La situazione è aperta. Ci sono gli spazi per poter procedere all’assunzione dei 25mila docenti su cui il ministero dell’Economia si era detto d’accordo». (Gazzetta di Modena, 4 Maggio 2008)
24 FEBBRAIO 2008 – Dice di aver chiesto a Brunetta e Tremonti, incaricati di redigere il programma del Pdl, di riservare una particolare attenzione alla scuola e alla qualità degli apprendimenti, in caduta libera stando agli ultimi risultati dell’indagine Ocse-Pisa. Valentina Aprea, già sottosegretaria all’Istruzione del governo Berlusconi, precisa poi che le nuove norme sulla scuola del nuovo governo Berlusconi, se la destra andrà al potere, dovranno puntare sulla necessità di garantire ai ragazzi «solide conoscenze e solide competenze certificate, a partire dalla lingua inglese, dalla matematica e dalle scienze». Argomentando come se il suo Berlusconi non avesse mai regnato in Italia con una maggioranza tanto ampia da avergli potuto consentire di rivoluzionare la scuola, Aprea e altri esponenti di Forza Italia si dicono preoccupati tanto dell’ignoranza scolastica (esorcizzata con la considerazione che «al Sud si sta peggio che al Nord anche se i dati fanno media nazionale») quanto della scarsa attitudine della classe insegnante a sottoporsi a valutazione. Già, gli insegnanti e la loro formazione, una vera tragedia. Spiega: «Abbiamo bisogno di intervenire sugli apprendimenti e dunque sugli insegnanti e per questo abbiamo chiesto (sempre a Brunetta e Tremonti) di predisporre l’introduzione degli albi professionali dei docenti e noi lavoreremo per raggiungere questo obiettivo». Non se ne può più di «insegnanti pedofili riammessi a scuola, di maestre che tagliano la lingua ai bambini, di professoresse frustrate che vogliono fare sesso con i propri studenti». Il Pdl si batterà invece «per una rigorosa valutazione di docenti e dirigenti». E ancora: «Ci sono insegnanti – precisa – che sono passati di ruolo dopo avere accumultato punti in graduatorie burocratiche (“una supplenza non si nega mai a nessuno”) e che non conoscono la valutazione». Il problema esposto da Aprea potrebbe anche serio e reale. Peccato che pur essendo al governo con una maggioranza straordinariamente blindata, Aprea e compagni (rectius: “care amiche e cari amici”) non siano riusciti a migliorare la qualità dei nuovi entrati in ruolo se non per quel poco dovuto all’interessante trovata del punteggio di montagna che ha riconosciuto il doppio del merito (contro la volontà di Valentina Aprea, sia chiaro) a chi avesse insegnato su cattedre d’altura. E quando al termine del suo intervento decreterà che «la carriera dei docenti dovrà fondarsi sulla loro valutazione», tanto che ben presto «si guadagnerà di più se si meriterà di più», qualcuno sarà curioso di sapere se la propria residenza sopra i 150 metri sul livello del mare o la bassa densità della nebbia che avvolge la propria scuola potranno in qualche modo danneggiare una futura carriera. La carriera. «Riscriveremo lo stato giuridico dei docenti e modificheremo le classi di concorso», tiene duro Valentina Aprea, preoccupata però di non riuscire a farlo in tempo utile per evitare alle giovani generazioni il pericolo di ricevere una formazione “da anni ‘50”: «Urge metterci le mani – attacca – prima che vadano in pensione nei prossimi anni migliaia di docenti». Sarebbe come dire: prima che il loro posto sia preso da migliaia di precari titolari di vecchie classi di concorso? Chissà. E ancora. «Siamo per l’abolizione del valore legale del titolo di studio», fa sapere al popolo azzurro dai capelli piuttosto grigi al quale ha promesso che «i finanziamenti pubblici alle scuole dovranno seguire le indicazioni delle famiglie». Naturalmente dopo che queste ultime avranno riconquistato «la libertà di scelta», notoriamente conculcata, di questa o quella tra le tante scuole, che «saranno trasformate in fondazioni». Ora che il fascismo ha traslocato dalla Casa delle Libertà, è possibile togliersi un sassolino, davanti alla platea del Palazzo dei Congressi di Carpi. «Siamo l’unico Paese al mondo – si scandalizza Aprea – in cui i temi della maturità sono decisi dal ministro o dal ministero. Questa è una norma fascista contro cui io mi batterò. Un tempo, almeno, era Gentile a farlo ma, almeno, lui ci capiva». Sapete invece «che ci sono 100 ispettori del ministero che per un anno intero non fanno altro che occuparsi delle prove degli esami di Stato? E che prove, visto che poi vengono fuori dei capolavori…». E perché non li ha dirottati verso qualche altro incarico quando era al governo? Aprea ribadisce infine, giusto per tornare al titolo del convegno (“A scuola senza competenze?”) e alle serie preoccupazioni che evoca, come solo una parte «dei docenti di matematica è in possesso della laurea in matematica, pensate che ci sono laureati in sociologia che insegnano matematica…». Problema serio, molto serio, questo, che riguarda anche altre discipline. Si batta almeno, Valentina, per abolire la norma con la quale l’ultima legge finanziaria ha rilanciato i corsi di riconversione di insegnanti perdenti posto. Quanto meno lo faccia sapere a Brunetta e Tremonti (se siamo ancora in tempo).