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Alba Sasso
ScuolaOggi: Iscritti a cosa?
05-03-2009
Nella introduzione che accompagna il disegno di legge di Valentina Aprea ( Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti – 12 Maggio 2008), vi è un passaggio di estremo interesse per apprezzare la “filosofia” che ispira l’impianto dell’articolato vero e proprio della proposta.
Riguarda una “idea” del ruolo e della funzione dello Stato rispetto all’istruzione e formazione che rappresenta un diritto di cittadinanza, costituzionalmente definito e esigibile in termini di servizio pubblico erogato ai cittadini.
Si tratta di un “passaggio” della relazione nel quale dottamente si cita uno slogan Blair che prevede il passaggi del ruolo dello Stato “from provider to commisioner”.
Cioè in sostanza da uno Stato in funzione di “regolatore” della produzione di servizi pubblici ad uno Stato “committente” o se si vuole “compratore” dei medesimi servizi, si intende “per conto” dei loro fruitori, e cioè dei cittadini stessi; nel caso dell’istruzione delle famiglie, alle quali spetta la “libera scelta” che riguarda la fruizione concreta del servizio di istruzione.
Nulla da eccepire, nel merito: si tratta di un “modello” di organizzazione delle funzioni del welfare che sposta l’attenzione dal tradizionale welfare state a un (si vorrebbe più moderno, efficiente e “libero”) welfare system.
Materia di confronto politico, culturale, istituzionale, tra concezioni del significato di “pubblico”, di modo di concepire il sistema dei “diritti di cittadinanza” e dunque di conseguenza del ruolo e delle funzioni dello Stato nell’erogazione dei servizi ad essi corrispondenti.
Materia anche di confronto “tecnico” sui criteri di efficacia, efficienza, economicità nella organizzazione ed erogazione di tali servizi pubblici e sui possibili modelli che garantiscano al meglio l’uso delle risorse pubbliche.
Confronti che hanno le loro sedi e modalità di espressione, e che non sono oggetto di questa nota. Ad essi si rimanda, qui semplicemente ricordando che sarebbe utile (a tutti) tenere effettivamente il campo di una discussione di grande livello e di portata storica (il ruolo dello Stato nella organizzazione dei servizi pubblici alla cittadinanza è in discussone dalla conclamata crisi dei modelli storici del welfare state e della crisi fiscale dello Stato), evitando cortocircuiti di pensiero, come quelli che “gridano” alla “privatizzazione” esattamente speculari a quelli che “predicano” l’intrinseca inefficienza della dimensione pubblica.
Qui voglio solo mettere in luce un dettaglio (e si sa che spesso i dettagli ospitano il maligno…) dal quale seguono alcuni corollari di valutazione del disegno di legge citato e dei provvedimenti che esso prevede di porre in opera.
Valentina Aprea compie, attraverso la sua dotta citazione di Blair (non si dimentichi che la “patria” originaria, storica, del moderno welfare state è proprio la Gran Bretagna con il programma di Lord Beveridge: dunque gli inglesi se ne intendono..) uno “scarto” vertiginoso rispetto alla tradizione storica nazionale.
Quest’ultima è infatti caratterizzata dalla funzione dello Stato come “produttore” dei servizi. Stato producer, se vogliamo mantenere il riferimento anglosassone.
La transizione che si vorrebbe promuovere è dunque più radicale e completa: from producer, through provider, to commisioner avrebbe dovuto affermare un “blair” nostrano.
Dagli anni ’90 del secolo scorso, è in atto un complesso e contraddittorio tentativo di trasformazione della Pubblica Amministrazione italiana from producer to provider.
Un processo contraddittorio perchè investe un “apparato” di grandi dimensioni, stratificato di interessi e culture, alimentato da interpretazioni giuridiche e professionali, il cui cambiamento non è (non solo) tecnico. Investe almeno un paio di generazioni di interpreti, per essere compiuto, posto che le resistenze e reazioni che necessariamente lo accompagnano vengano superate “tenendo la barra” del timone con sicurezza della marcia intrapresa e della direzione da seguire.
Un processo complesso perché si intreccia e stratifica, in un legame circolare di causa ed effetto, con aspetti di riforma istituzionale e costituzionale.
Se volessimo usare per brevità uno slogan come riferimento basti pensare alla stagione politica delle “bassanini” intrecciata a quella della riforma del Titolo V della Costituzione. Per stare al mondo della scuola alla Autonomia delle Istituzioni scolastiche.
La filosofia comune è proprio quella di alleggerire gli apparati dello Stato dalle funzioni di “produzione” diretta del servizio alla cittadinanza, a partire dalla “detenzione” delle risorse esenziali a tale produzione: il personale, le risorse finanziarie, le specifiche organizzative.
In parallelo, invece, l’ipotesi politica di trasformarne e di qualificarne l’attività in termini di “regolazione, controllo, monitoraggio, funzioni di service” ad una “produzione” decentrata, deconcentrata, devoluta (i termini non sono equivalenti: corrispondono a diverse soluzioni specifiche previste sia nella riforma della Pubblica Amministrazione che nel dispositivo del Titolo V, e specifiche per diverse materie: l’autonomia scolastica per esempio è una di queste in campo scolastico; alcune privatizzazioni di “aziende pubbliche” sono altri esempi del processo in altri campi).
From producer to provider è un processo storico di portata epocale per il nostro Paese e le sue tradizioni amministrative.
Lo Stato “rinuncia” a detenere in proprio i fattori della produzione (risorse, lavoro, modalità di organizzazione), potenziando l’autonomia produttiva di altri soggetti pubblici e/o trasferendo poteri normativi. Consolida invece le funzioni di controllo e regolazione.
A presidio di tale disegno sono poste due condizioni costituzionali (titolo V): lo Stato si riserva il potere normativo relativo ai “principi generali” che interpretano i diritti di cittadinanza, e la podestà di definire le “prestazioni essenziali” che corrispondono a quei diritti e che si impegna a garantire in modo eguale a tutti i cittadini, quali che siano i soggetti erogatori.
La eventuale non corrispondenza sia nei “principi generali” sia nei “livelli essenziali di prestazione” promuove “potere sostitutivo” nei confronti di questi ultimi. (Così recita il Titolo V Cost.)
L’Aprea sembra andare oltre e scavalcare quel processo, operando un ulteriore scarto di “modello” e, non a caso, rifacendosi ad un modello anglosassone.
Lo Stato comissioner in buona sostanza e riferito al servizio di istruzione funziona (-erebbe) così
1. Lo Stato eroga alle istituzioni scolastiche un finanziamento pubblico di tipo “capitario” (in sostanza per studente iscritto)
2. Le scuole hanno padronanza totale dei fattori di produzione, dal lavoro (i docenti assunti direttamente) ai modelli organizzativi, avendo solo vincoli relativi a obiettivi “terminali” dell’istruzione (per altro, nella tradizione anglo sassone, verificati non tanto in uscita, quanto in entrata nei livelli successivi di formazione).
3. La “garanzia” pubblica è fondata su un rigoroso e autorevole sistema di valutazione (OFSTED) che opera come un vero e proprio sistema di rating, che “valida” le scuole stesse e dunque orienta decisamente le scelte dei cittadini. Le scuole “migliori” sono premiate dall’utenza e non solo dai finanziamenti pubblici.
Insomma una variante “radicale” di un modello di quasi-mercato.
Funziona? Non mi interessa qui sviluppare tale argomento. Semplicemente ricordo che la pertinenza di tale modello riposa su due condizioni specifiche della società inglese:
a. E’ compatibile con una formazione sociale nella quale il rapporto tra Stato e “società civile” è animato da un “orientamento alla società civile” coniugato ad una “pedagogia stabilizzatrice” delle funzioni pubbliche.
Per le medesime ragioni l’Inghilterra non ha una Costituzione formale e non ha un “diritto amministrativo” (c’è solo la common law); ma nessuno può affermare che non sia una democrazia, non sia uno Stato, e non vi sia nella società inglese il “senso dello Stato” e del valore pubblico. Semplicemente tutti questi valori riposano su altre fondamenta della formazione storico-sociale.
b. Alimenta un sistema di istruzione nel quale il contributo diretto della spesa delle famiglie è particolarmente elevato.
Basti il dato che in Gran Bretagna tale contributo equivale al 13,4% del totale della spesa per istruzione in quel Paese, mentre in Italia tale contributo è del 3,9%. (dati da “Education at Glance”, OCSE, 2006).
(Sia detto per inciso: quando si discetta di spesa per l’istruzione occorrerebbe sempre bilanciare spesa pubblica e spesa diretta dei cittadini, prima di affermare che un sistema scolastico sia più o meno costoso di un altro..).
La tradizione storica del nostro Paese (usando le medesime categorie tassonomiche precedenti) potrebbe esse descritta nei termini di un orientamento “statalista” nel rapporto tra Stato e Società Civile, coniugato con la medesima “pedagogia stabilizzatrice” attribuita allo Stato stesso (societarismo versus statalismo nella medesima cornice stabilizzatrice del significato del welfare).
Non è certo impossibile cambiare di modello: ma la strategia va commisurata alla sua portata storica, altrimenti non solo fallisce, ma semplicemente cambia significato e risultati.
Qui basti concludere che la citazione della Aprea nella introduzione al suo disegno di legge sembra sorvolare, pur citandone i presidii importanti (dalla “bassanini” al Titolo V) su quel processo complesso di trasformazione dello Stato da producer a provider che ha caratterizzato l’ultimo ventennio di impegno politico e istituzionale, proponendo un ulteriore scarto.
Una dimenticanza? Una superficialità espositiva in una relazione introduttiva necessariamente stringata? Forse c’è dell’altro a considerare le contraddizioni che ne seguono e che punteggiano l’articolato di legge.
Ne cito solo tre importanti, sulle quali si è variamente acceso il dibattito politico attorno allo stesso disegno di legge: la trasformazione delle scuole in Fondazioni, l’assetto e stato giuridico dei docenti, l’attribuzione dei docenti alle scuole autonome.
1. La scelta che viene compiuta nel disegno di legge, anche nel delineare le prospettive di realizzazione dei dispositivi del Titolo V, è quella di mantenere il personale della scuola alle dipendenze dello Stato.
Alle Regioni si riconosce un compito “funzionale” (qualunque cosa ciò voglia significare) ma il personale è confermato come “risorsa detenuta dallo Stato” che ne ha la “padronanza” degli istituti del rapporto di lavoro (con seri limiti alla stessa dimensione contrattuale) e dello “stato giuridico”.
Si cita a rinforzo un parere della Suprema Corte che riconosce allo Stato questa titolarità: ma appunto la Corte non poteva esprimersi altrimenti a partire dall’assunto che il personale dipende dallo Stato. Il problema è decidere a chi tocca la titolarità di “datore dei lavoro”. In attesa del “federalismo” che dovrebbe decidere in merito.
Il personale della Sanità ha un contratto nazionale, uno “stato giuridico” nazionale, e una titolarità del rapporto di lavoro regionale…Confondere i livelli non fa bene alla chiarezza delle scelte.
Il profilo di docente che ne emerge è quello tradizionale di “funzionario” statale qualificato su base professionale, ma legato all’amministrazione da una definizione “formale” (una “investitura”) del suo ruolo, che riconduce “a norma” ( e non a parametro organizzativo) anche gli spazi di esercizio della autonomia professionale.
La contrattualità del rapporto di lavoro si riduce così in buona sostanza al solo trattamento economico.
La stessa “libertà di insegnamento”, posta come valore essenziale, è nel testo di legge fortemente vincolata da tale configurazione del ruolo del docente.
Nel disegno di Legge in questione le affermazioni in proposito si fanno stringenti. ”La libertà di insegnamento va tutelata con norme di legge riguardanti non solo lo stato giuridico in senso stretto”, ma con “regole precise con riferimento ai vari aspetti che incidono su di esse come, per esempio, il modo con cui si identificano le attività del docente, l’eventuale tipologia della funzione docente, i rapporti fra il docente e la scuola, i rapporti tra la scuola e gli altri pubblici poteri, le procedure di assunzione, la stabilità del rapporto, i principi su eventuali carriere.”
Dunque con un dettaglio della articolazione della libertà di insegnamento e delle condizioni del suo esercizio che va ben al di là della nettezza dell’affermazione costituzionale e delle sue ragioni profonde.
L’affermazione di principio è inequivocabile “tutti gli ambiti che integrano la disciplina della libertà di insegnamento devono ritenersi sottratti al contratto collettivo, risultando non disponibili da parte dei diretti interessati.”
Dunque la normazione statale non dovrebbe limitarsi a dare corso a “principi e dispositivi di carattere generale” capaci di tradurre operativamente la nettezza e stringatezza del dettato costituzionale, ma dovrebbe entrare nel merito anche della dimensione organizzativa del lavoro docente, e addirittura delle sue forme di rappresentanza sindacale.
Significativo, sotto tal profilo, lo scarto semantico con il quale si parla di “livelli essenziali di prestazione”: essi sono riferiti alla figura professionale (si verifichi nel testo).
I Livelli Essenziali di Prestazione nello stesso dettato costituzionale ( determinazione che spetta allo Stato) si riferiscono al servizio garantito al diritto di cittadinanza, non alla “prestazioni lavorative” dei singoli.
Stabiliti i livelli esenziali del servizio, l’operatività degli addetti ne discende come variabile dipendente e la sua definizione è mediata, appunto, dalla dimensione collettiva dell’organizzazione del servizio stesso. Qui si capovolge la logica in contraddizione con il tentativo medesimo di “riscrivere le regole e gli organismi” delle istituzioni scolastiche autonome (autonomia organizzativa, finanziaria, di ricerca e sviluppo).
2. Il dispositivo che prevede la possibilità delle istituzioni scolastiche di trasformarsi in “fondazioni” contiene diverse contraddizioni.
i. Sotto il profilo giuridico una fondazione si costituisce attorno ad un “capitale”, anche se è vero che in alcune leggi regionali le fondazioni di carattere locale non sono vincolate ad un “capitale minimo” necessario per costituirsi.
Nel caso di una scuola quale è il “capitale” di riferimento?
ii. Le Fondazioni hanno organi propri: la dizione del testo che prevede la partecipazione di partners agli organi di governo della scuola, attraverso la Fondazione appare impropria
iii. Le fondazioni hanno vincoli di bilancio propri del Codice Civile, ma soprattutto sono tenute al “Bilancio di missione” che è una forma di rendicontazione sociale.
Nel testo si prevede che la fondazione così costituita abbia l’obbligo di rendere conto “alle amministrazioni pubbliche competenti (?) delle scelte organizzative e didattiche”
Inoltre si prevede che la possibilità di trasformarsi in fondazione sia “su proposta del Ministro della Pubblica Istruzione”
iv. La contraddizione più rilevante dell’art. 2 consiste nel fatto che esso appare aprire positivamente ad un rapporto tra autonomia scolastica e terzo settore (in coerenza con quanto in premessa).
Ma chiude drasticamente tale possibilità sia attraverso il filtro previsto della proposta del Ministero, sia nelle indicazioni, per altro confuse, delle modalità di rendicontazione.
Altra misura e di diverso significato sarebbe quella di prevedere che una o più istituzioni scolastiche possano “dar vita” a soggetti del terzo settore (meglio ONLUS che Fondazioni).
In tale modo si potenzia l’autonomia scolastica, sia attraverso i vantaggi gestionali (il codice civile) sia nelle forme di rendicontazione (il Bilancio Sociale) sia nel recupero di partners e interlocutori che apportano risorse sia economiche che professionali.
In tale caso infine è l’istituzione scolastica che partecipa agli organi di governo e gestione del soggetto del “terzo settore” e non il reciproco.
Tale possibilità di “dare vita a..” e non “trasformarsi in...” richiederebbe un intervento normativo minimo, essendo tale possibilità nei fatti già operativa (e già messa in atto in diverse esperienze).
3. Infine la questione della possibilità delle scuole di “scegliersi” i docenti che più ha sollevato preoccupazioni e grida di “privatizzazione” da un lato e approvazione entusiasta di certe organizzazioni di Dirigenti Scolastici (finalmente ci scegliamo gli insegnanti…).
In realtà il provvedimento prevede che, alla fine di un percorso formativo del quale ovviamente si può e deve discutere, si costituisce un Albo professionale che semplicemente testimonia l’abilitazione all’insegnamento.
Ad esso si accede comunque per concorso, che viene bandito dagli stessi Istituti scolastici.
In altre parole l’assunzione dei docenti segue comunque le procedure concorsuali che vengono “disseminate”.
Una metodologia di assunzione tradizionale e coerente con la configurazione giuridica di “funzionario dello Stato”, messa in capo alle singole scuole.
Forse vale la pena ricordare che fino agli anni ’70 non dissimile era la situazione degli Istituti professionali: assumevano in proprio il personale che poi veniva trasferito nei ruoli dello Stato….
A parte la realizzabilità concreta del modello (si pensi solo alle dimensioni e alla dispersione del contenzioso relativo) esso appare totalmente disallineato con la filosofia dello Stato commissioner enunciata in premessa.
Qui lo Stato continua a detenere, anzi consolida per via delle proposte di stato giuridico, la padronanza sul personale. Ad essa si ricongiunge quella sulle risorse finanziarie come previsto da altri articoli.
Le contraddizioni tra proposte dell’articolato della legge e premessa di “filosofia” sono evidenti, e provengono tutte da una lettura “deformata” proprio dei processi, che abbiamo indicato in precedenza, di riforma dello Stato.
Non di “privatizzazione” dunque si tratta, o almeno non in senso stretto.
In realtà siamo di fronte ad una miscela di “statalismo”, che mantiene in sostanza la forza baricentrica dello Stato e del Ministero dell’Istruzione, e di “privatismo” nel quale la padronanza statale delle risorse (finanziarie ed umane) viene risagomata “in utilità” di interessi privati, o meglio individuali.
E il primato della “società civile”? E la “sussidiarietà”? E il “federalismo”?
C’è solo da aggiungere che, forse senza intenzioni di chi propone, la miscela di “statalismo” e di “privatismo” è la medesima che abbiamo conosciuto in altre occasioni di cosiddette “privatizzazioni” in questi anni e che, sempre in questi anni, si è opposta e ha finora sconfitto ogni sensato tentativo di “liberalizzazione”.
postato da:
panteraclassica alle ore 11:35 |
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Così la scuola torna a De Amicis". Sergio Mattarella interviene a favore della riforma del '90: no al "maestro unico"
L'inserimento a sorpresa del "maestro unico" nel decreto-legge del 28 agosto è stato definito un colpo di mano: in effetti ne ha tutti i requisiti. Il comunicato ufficiale del Consiglio dei Ministri di quel giorno esclude espressamente che l'argomento sia stato inserito in quel decreto e, inoltre, non vi è alcuna urgenza dato che sarà applicato tra un anno.
Ma il vero colpo di mano, sostanziale, sta nell'aver deciso una questione di questa portata con decreto-legge, in vigore già da quattro giorni: con poche righe viene travolto l'ordinamento, il modo di essere di un intero settore scolastico fondamentale e, finora, il più efficiente.
In questo modo si è riusciti a eludere confronto, discussione e un vero esame parlamentare.
La Gelmini, inoltre, si è abbandonata a dichiarazioni perentorie: «La scelta dei tre maestri alle elementari non ha avuto nessuna motivazione educazionale e pedagogica. È stata fatta per aumentare il numero degli insegnanti».
È sorprendente che un ministro dell'istruzione si esprima in maniera così grossolana su una riforma realizzata con serietà diciotto anni addietro: occorre più rispetto verso scelte fatte da altri governi e dal parlamento se si vuole, a propria volta, essere rispettati.
La riforma del '90 fu il risultato di un lungo e approfondito dibattito; non soltanto politico e parlamentare ma anche della cultura, anzitutto tra i pedagogisti, del mondo della scuola, tra le associazioni di docenti e nel sindacato.
Avverto come un privilegio aver firmato quella riforma come Ministro della Pubblica Istruzione. Ma sarei presuntuoso se pensassi che è stata la mia riforma: è nata da questo ampio concorso di elaborazione, di cui è giusto ricordare il contributo fondamentale dell'Associazione Maestri Cattolici, allora guidata da Carlo Buzzi, quello del presidente della commissione istruzione, Francesco Casati, e l'opera di un serio servitore dello stato, il direttore generale delle elementari, Aurelio Sinisi.
La ragione della riforma del '90 non è stata, al contrario di quanto incautamente dice la Gelmini, «aumentare il numero degli insegnanti» che non è aumentato, e neppure quello di mantenerne il livello a fronte del calo demografico.
La ragione è stata la consapevolezza del grande ampliamento dell'ambito dei saperi che la scuola elementare era chiamata a impartire ai bambini verso il duemila.
Bambini che, già allora e oggi molto di più, giungono alla scuola elementare con numerosi elementi di conoscenza acquisiti dalla tv e dai mini computer; bambini chiamati ad affrontare la realtà del loro futuro con il bisogno di padroneggiare conoscenze e strumenti molto più articolati di quanto si proponeva ai bambini di decenni addietro: la scuola elementare non è più soltanto insegnare a leggere e scrivere, a far di conto, un po' di geografia e la storia patria.
Quella - sia detto con molto rispetto - è la scuola di De Amicis, che è stata di fondamentale importanza per unificare il paese, per alfabetizzarlo e per trasmettere buone norme basilari di comportamento ma non è quella di oggi. L'atteggiamento di amarcord verso il "maestro unico" con cui il ministro copre la manovra di drastico taglio di bilancio, e che trova alcuni sostenitori che tendono a pensare che il mondo sia rimasto quello della loro infanzia, ormai può essere riferito alla scuola materna ma non più a quella elementare di oggi e di domani.
L'ampiezza di contenuti che questa deve trasmettere e il loro adeguato approfondimento non possono essere affidati a un solo insegnante se non tagliando contenuti o riducendo alla superficialità il loro insegnamento.
Oggi alle elementari si insegna non soltanto italiano, storia, geografia e matematica (questa in modo ben diverso dal passato): si insegna, e si deve insegnare, anche inglese, musica, tecnologia, arte e immagine, scienze, educazione fisica; si realizzano laboratori di teatro, di cinema, di capacità di uso dei materiali.
Tutto questo, tutto, è necessario per i bambini di oggi: come si può pensare che venga svolto da un solo insegnante se non con superficiale approssimazione?
Che vi sia un insegnante prevalente, condizione prevista dalla riforma del '90 e rafforzata dal ministro Moratti, è bene ma non è possibile un "maestro unico" senza piombare in un passato estraneo alla condizione odierna.
Difatti la scelta che il governo opera è brutale: l'orario di insegnamento della scuola elementare si contrae, repentinamente, a ventiquattro ore: il tempo che la scuola italiana dedica ai bambini perde molte ore a settimana, trenta ore al mese in meno.
Le famiglie saranno in difficoltà e l'insegnamento impartito ai bambini perderà segmenti importanti di contenuto e scenderà di qualità. In aggiunta l'età degli insegnanti, senza ricambio per molti anni, dovendo riassorbire quelli in soprannumero, salirà sempre di più, e anche questo è un danno; e verrà meno il passaggio di esperienze tra chi insegna da tempo e chi inizia a insegnare oggi, per il semplice motivo che non vi sarà chi inizia a insegnare.
La vera ragione del ritorno al "maestro unico" è chiarita dalla stessa formulazione della norma del decreto-legge: il risparmio di bilancio, tagliando decine di migliaia di posti di insegnante. Intendiamoci: tagliare le spese e, se ragionevole, i pubblici dipendenti è bene ma soltanto se l'effetto è il miglioramento del servizio reso al paese. In questo caso è il contrario: il risultato è una brusca e repentina contrazione della qualità del servizio scolastico primario.
È davvero un grave passo indietro ed è un peccato contro il Paese e il suo futuro: la nostra scuola elementare è definita dagli istituti di valutazione internazionali tra le migliori al mondo.
Lo era anche prima della riforma del '90, ma il merito di questa è averne mantenuto alto il livello qualitativo nelle ben diverse condizioni di oggi rispetto alle stagioni precedenti.
Non si dica, per coprire questa brutale operazione contabile, che il bambino è più rassicurato se a scuola incontra una sola figura: bambini abituati a una vita di interrelazioni intensa come oggi avviene e che in famiglia hanno quanto meno due interlocutori nei genitori e in numero maggiore se vi sono fratelli e frequentano i nonni sono abituati a più figure di riferimento; che, tra l'altro, consentono loro maggiore libertà di relazione.
Pregiudicare con tanta frettolosa leggerezza il nostro miglior settore scolastico si inserisce in una visione più volte manifestata da questo ministro: occorre cancellare gli ultimi quaranta anni della scuola italiana.
Desta preoccupazione un ministro dell'istruzione che mostra di pensare che la storia della scuola italiana cominci oggi.
In questi decenni si è verificato un grande fenomeno di avanzamento sociale, un'autentica pacifica rivoluzione positiva: l'istruzione diffusa e generalizzata in Italia, per tutti e ovunque. Si è realizzato, cioè, uno dei principali dettati della Costituzione sotto la guida di ministri e di forze politiche la cui opera merita di essere rispettata.
All'inizio degli anni sessanta soltanto un bambino su quattro proseguiva gli studi oltre le elementari e soltanto uno su dodici andava oltre la scuola media: a partire dalla riforma del Ministro Gui si è realizzato il sistema scolastico nazionale italiano.
Le scelte di quegli anni vanno rispettate e va difesa l'attuazione del diritto allo studio.
Non vorrei che fosse questo, in realtà, il vero approdo: indebolire questo sistema che offre opportunità di istruzione a tutti per sostituirvi un sistema, in cui fatte salve alcune punte di eccellenza consegnate al mercato, si abbandoni tutto il resto, cioè la scuola per tutti, e si scarichi sugli enti locali l'onere maggiore della risposta alla domanda di istruzione, tornando in questo modo non a De Amicis ma ancor più indietro.
* * *
N.B.: L'articolo è apparso sul numero di domenica 7.9.2008 del quotidiano "Europa".
da http://www.liberazione.it
Scuola, welfare, precari: a settembre rilanciamo il conflitto
Ma non illudiamoci sulla scesa in campo di Cgil e Pd
Loredana Fraleone
Usato come cemento tra le forze del Pdl e la Lega, nonché elemento sul quale consolidare la propria egemonia, il tema della "sicurezza" continua ad essere declinato dal governo Berlusconi, in forma diretta od indiretta, con misure che puntano a rendere invisibile la natura antipopolare della sua politica. Così avviene anche in questa devastante Finanziaria, nella quale i tagli all'istruzione ed al welfare, nel suo complesso, superano anche le più fosche aspettative.
Le città sono liberate dai "fastidiosi" zingari, le strade vengono presidiate dai militari, nelle scuole tornano grembiulini e voto di condotta funzionale alla bocciatura e chissà cos'altro, magari si arriverà agli elenchi dei docenti ribelli che rifiutano l'obbedienza al governo!
Contestualmente si tagliano classi e posti di lavoro del personale docente ed Ata, si bloccano le immissioni in ruolo, si torna al doppio canale dopo la scuola media. La popolarità di questi provvedimenti, però, mi sembra in ordine decrescente.
I più non sopportano gli zingari, molti sono perplessi sull'efficacia dei soldati per le strade, ad impedire qual si voglia crimine, che tra l'altro, ci dicono le statistiche, sono da tempo in netto costante calo in Italia. Dubito che la maggioranza degli Italiani apprezzino il sette in condotta ed i grembiulini per i propri figli.
Analisi e giudizi su queste politiche, tanto retrive quanto furbesche, sono fin troppo facili. Quello che serve davvero è capire come fermare tutto questo, come costruire movimenti di massa, come costringere i sindacati, in particolare la Cgil, a schierarsi con decisione contro la regressione materiale e morale che ci aggredisce. Non sarà facile, ma la costruzione di vertenze, conflitto e movimenti, sono indispensabili anche per un adeguamento della Cgil alla radicalità dello scontro.
Da questo punto di vista, trovo francamente illusorie alcune posizioni espresse recentemente, anche da Liberazione , su una efficace discesa in campo del sindacato e persino di alcuni settori del Partito democratico, a prescindere se si riuscirà o meno a far partire dalla società segnali forti che spingano in quella direzione.
Questi segnali dalla scuola possono partire molto presto, fin dai primissimi giorni di settembre, quando molti precari si troveranno ancora più precari e molti non saranno riconfermati su alcun posto di lavoro. Gli studenti si troveranno in classi più numerose, anche per via degli accorpamenti di quelle considerate "troppo piccole", perdendo continuità didattica e persino libri di testo, oltre all'indispensabile attenzione da parte dei docenti, impossibile in situazioni di sovraffollamento.
Ad alunni/e disabili saranno ridotte le ore di sostegno, e rischieranno di essere percepiti/e come un peso, dai propri compagni di classe, invece che un'occasione di arricchimento. Verranno a mancare risorse ancor più che in passato, per l'esigenze materiali e l'attività ordinaria delle scuole, altro che diritto allo studio!
Questo e molto ancora, percepibile nella vita quotidiana delle scuole, non tarderà a suscitare reazioni, un po' da tutti/e, perché tutti/e saranno toccati/e. Per quanto ci riguarda, non abbiamo perso l'allenamento al conflitto neanche durante il governo Prodi e la sua breve esistenza non ha dato il tempo di cancellare le relazioni, le reti, le aggregazioni proliferate ai tempi della Moratti.
Il contesto generale è più duro di allora, per ragioni oggettive e soggettive, ma il fronte sostanzialmente limitato, precedentemente, ad insegnanti e genitori potrebbe allargarsi finalmente agli studenti, ed i precari della scuola potrebbero trovare alleati tra quelli, sempre più in sofferenza, dell'università, della ricerca e della cultura in generale.
Sappiamo come e dove mettere le mani, insieme ai soggetti politici, sindacali ed associativi, con i quali abbiamo costruito una lunga e proficua collaborazione, si tratta soltanto di aspettare la ripresa di settembre.
10/08/2008
Incontro con il Ministro - Dichiarazione di Francesco Scrima, Segretario Generale della CISL Scuola
Con questa manovra il Governo presenta la sua idea di scuola: un terreno di caccia in cui razziare risorse e sacrificare sull'altare del risanamento un servizio essenziale per il futuro del Paese.
Un Governo che millanta di abbassare per tutti il livello di tassazione, introduce la più pesante e iniqua tassa che si possa immaginare: una tassa sul futuro dei ragazzi e del Paese.
I tagli che verranno dall'applicazione del decreto non sono razionalizzazioni, sono dismissioni del sistema pubblico di istruzione che comporterà, tra l'altro, la scomparsa della scuola in tanti piccoli comuni.
Il problema a questo punto non riguarda solo la scuola e il suo personale, riguarda queste comunità e l'intera struttura civile del Paese.
Un conto è razionalizzare, un conto destrutturare: razionalizzare è utilizzare al meglio le risorse e dare qualità al sistema, destrutturare è abbattere e lasciare macerie.
Al Ministro dell'Economia vogliamo ricordare che Attila non è sicuramente un modello di strategia da seguire se si vuole puntare ad uno sviluppo sia civile che economico del Paese.
Al Presidente del Consiglio diciamo che forse avremo il ponte sullo stretto, ma sarà smantellata l'infrastruttura che più conta per una società della conoscenza.
Noi sfideremo il Governo sulle condizioni di fattibilità di questa manovra, che riteniamo una "missione impossibile" sia per l'entità degli interventi sia per la complessità e i tempi delle procedure che occorre mettere in atto, sia per l'intreccio delle competenze istituzionali e costituzionali in materia di programmazione dell'offerta formativa che coinvolgono, oltre al MIUR, le Autonomie Locali e le Regioni.
Al Ministro dell'istruzione chiediamo di dar seguito nella sua azione di Governo a quanto dichiarato in sede parlamentare: "La scuola non può essere solo un capitolo di bilancio".
Roma, 6 agosto 2008
Francesco Scrima, Segretario Generale della CISL Scuola
postato da:
panteraclassica alle ore 17:25 |
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Il martirio dei docenti precari
Gentile Redazione,
stiamo assistendo ad una campagna denigratoria e diffamatoria contro gli in segnanti precari. La logica che sta prendendo piede sia nel Dpef sia sui mass media, è quella di cercare di tagliare, tagliare, tagliare. La scuola sembra essere diventato secondo sedicenti esperti del mondo scolastico il ricettacolo di frustrati che si rifugiano nell'ombra del posto fisso. In questo disegno infimo e perverso dove i numeri governano l'attività educativa, dove il denaro viene prima di qualsiasi percorso umano e formativo, dove i saccenti esperti dettano legge su come debba essere la scuola del presente e del futuro. L'egoismo della natura umana, nella sua cieca corsa verso il nulla, sta acuendo ancor di più il divario tra ricchi e poveri, tra potenti e deboli. Mi piacerebbe conoscere il percorso esistenziale professionale e lavorativo, di chi urla contro i docenti precari della scuola.
La pochezza umana, talvolta, non si accorge che dietro i numeri, dietro le sentenze a buon mercato, ipocrite e falsamente tendeziose vi sono uomini e donne che devono vivere del loro lavoro. Che hanno alle spalle, concorsi, specializzazioni, abilitazioni, pubblicazioni scientifiche, e nulla hanno da invidiare ai fortunati modernisti di turno della scuola. Mentre il resto del mondo investe il doppio se non il triplo dell'ITalia, nell'istruzione, qui si cerca di togliere il lavoro a chi con fatica lo ha conquistato. Che squallore! che miseria! che fango inonda questa "aiuola che ci fa tanto feroci", si parla di tutto tranne della centralità dell'uomo e della sua dignita'.
Voler tagliare 100.000 cattedre è un atto criminale, che troverà l'opposizione ferma di milioni di persone, uomini e donne che andranno a mangiare a casa del Ministro Gelmini e dei suoi accoliti. Roul Follereau in una conferenza alla Sorbona ebbe a dire: " I poveri rappresentano la bomba atomica del Terzo millennio", ed è stato un vero profeta precorrendo i tempi. Il sottoscritto è disabile, non puo' svolgere altri lavori, avendo una paresi spastica, e nonostante questo limite ama il proprio lavoro, vive ed opera in mezzo la strada ascoltando i ragazzi in difficoltà, aiutandoli, sostenendoli, incoraggiandoli. Molti giovani ripongono fiducia in me, vogliono i signori del Miur, con a capo il Ministro Gelmini, lasciare spegnere la mia voce, perchè ridotto alla miseria dalla disoccupazione. Tutti abbiamo diritto a mangiare, altrimenti quello stesso cibo sarà procurato in altro modo. Con l'aumento della criminalità. Che si dice ai nostri figli? che si dice che il ministro o chi per esso, deve tagliare migliaia di posrti di lavoro, riducendo la scuola ad un colabrodo, ad una spazzatura di carta. Dove le lezioni si tengono dinanzi a 35 o 40 persone come in Cina o in Corea, mentre allo stesso tempo, vi sono 4 volte di più insegnanti e personale ausiliario. Dove le ore di lezione durano un anno solare intero con un mese di sospensione dell'attività didattica, e contemporaneamente si programma l'aumento delle ore di lezione. Si dice che i ragazzi che la scuola forma non sono all'altezza di affrontare le sfide della vita, ma nessunio pensa che sino a quando il denaro, i parametri, il capitalismo selvaggio detterà la legge non vi potrà essere miglioramento.
La vergogna più grande cui stiamo assistendo è che si chiama innovazione ciò che dovrebbe chiamarsi cattiveria, porcheria, lerciume, sudiciume, in nome e per conto di chi non ha mai messo piede in una classe.
Spero che pubblicherete la mia lettera, perchè ne vale della mia ed altrui vita.
Cordiali saluti
Mauro Vallone
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L'Unità - martedì 17 giugno 2008 - pag. 27
Gelmini-Giavazzi, la strana coppia
Marina Boscaino
Potremmo pensare di crederle. Attendendo la prova dei fatti: il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria sta per uscire. Staremo a vedere quali sono i fondi che il governo intende stanziare per la scuola e comprenderemo se, realmente, le dichiarazioni rilasciate da Mariastella Gelmini qualche giorno fa siano il frutto di una concreta volontà o una trovata mediatica.
È vero che l’adeguamento degli stipendi degli insegnanti ai parametri Ocse è un ritornello già sentito. Ma diamo lo stesso fiducia a Gelmini che ci racconta, coadiuvata dal collega Brunetta, che gli insegnanti tedeschi guadagnano 20 mila euro più di noi, i finlandesi 16 mila; e che la media Ocse è superiore ai 40 mila euro l’anno. E ce lo rammentano, Brunetta e Gelmini, enfatizzando l’ingiustizia perpetrata da una simile condizione. Che sia la volta buona?
Gelmini ha cercato di rassicurare più volte sul fatto che non proporrà l’ennesima riforma: non è improbabile, dal momento che le riforme transiteranno, dal punto di vista legislativo, attraverso altri canali, altre proposte (Brunetta, Aprea) e, dal punto di vista della logica comune e del consenso, attraverso i “poteri forti” dell’informazione, che plaudono alle proposte ministeriali, alla “lotta al fannullone” e alla soluzione della carota e del bastone.
Mi riferisco, tra gli altri, ad un articolo di Francesco Giavazzi apparso qualche giorno fa sul Corriere della Sera, che ha suscitato un ampio dibattito proponendo l’abolizione dei concorsi nazionali. «Nessuna azienda privata penserebbe mai di avere successo con dipendenti sfiduciati, senza entusiasmo per il proprio lavoro» ne era l’inquietante inizio. Il fronte comune che si sta aprendo è insomma quello della valutazione - e, di conseguenza, dell’aumento salariale - del lavoro degli insegnanti. Un fronte minato, che occorre indagare con cautela.
Per analizzare con serenità le parole della Gelmini c’è peraltro qualche domanda alla quale il ministro dell’Istruzione deve ancora rispondere: innanzitutto la previsione economica. Ma anche la sorte dei precari, il cui numero e le cui condizioni esistenziali e professionali sono tali da non poter continuare ad essere ignorate da un governo che sostiene di voler investire sulla scuola.
È vero che Giavazzi ci spiega che «stabilizzare 50.000 insegnanti precari è un errore che potrebbe avere conseguenze irreparabili sulla scuola»: ma la politica dei figli e figliastri mal si coniuga con un buon inizio. E il diritto di precedenza per molti di coloro che da anni sostano nella scuola senza garanzie è una priorità.
E poi: quando Gelmini parla di «sistemi premianti per il corpo docente e di una valutazione del proprio lavoro», citando - in una logica straordinariamente bipartisan - nientemeno che il programma del Partito Democratico, a cosa si riferisce?
Sempre Giavazzi - proponendo concorsi locali, con un ampio margine di discrezionalità dei dirigenti scolastici nel reclutamento degli insegnanti e riferendosi all’esperienza dei paesi anglosassoni e scandinavi - suggerisce che «non ha senso valutare le scuole senza aver prima introdotto maggiore flessibilità nei percorsi di studio».
Svezia e Inghilterra - ricordiamo al ministro e a Giavazzi - diversamente dall’Italia non scontano però un'anomalia che si chiama Lega Nord; né hanno sviluppato il proprio sistema amministrativo su una logica di lobby, di interessi politici, pseudo politici e di raccomandazioni.
Gelmini ha presente la fine che ha fatto Berlinguer, proponendo il test di valutazione della preparazione degli insegnanti (il famoso "concorsone"), che portò allo sciopero di un terzo dei docenti italiani e alla sostituzione dello stesso ministro? Questo non significa certamente il rifiuto di prendere atto delle differenze di impegno, capacità, preparazione, impatto formativo, elaborazione scientifica tra i vari insegnanti: non siamo tutti uguali e sarebbe ora che di se ne tenesse conto. Come che si valutasse la formazione qualificata che ciascuno di noi fa o non fa, affidando la scelta - non riconosciuta né promossa in alcun modo - alla propria etica professionale.
L'individuazione di un sistema di valutazione oggettivo deve inoltre tener conto di un insieme di variabili tale che non può essere affidato all'improvvisazione; e a soluzioni dilettantistiche, dirigistiche, autoritarie, muscolari.
Ricordiamo poi al ministro che il terzo punto del suo "programma", l'autonomia - dopo il merito e la valutazione - è stata istituita allo scopo di promuovere la capacità di sviluppo, ricerca e sperimentazione dei singoli istituti; e non lo svincolamento da condizioni nazionali del sistema dell'istruzione (un elemento di garanzia civile), né la trasformazione delle scuole in enti in concorrenza mercantile l'uno con l'altro, sostenuto anche da Giavazzi.
Francesco Scrima: "Il ministro si guardi da consiglieri improvvisati"
Conoscere la realtà di cui si parla dovrebbe essere la prima regola per fare della buona informazione
e per distribuire consigli utili a migliorare le cose che si sono analizzate.
Il fondo di Fracesco Giavazzi sul Corriere della Sera di oggi (domenica 15 giugno) è costruito su elementi di così scarsa conoscenza della scuola che non bastano poche righe per controbattere le tesi che esprime.
Segnaliamo alcuni punti:
1. Il primo per immediata gravità e urgenza: la questione dei precari. Smettiamola di crederli dei
fastidiosi clandestini in attesa di sanatoria; sono insegnanti che hanno avuto l’abilitazione a questo
mestiere attraverso prove regolari, e in più hanno maturato significative esperienze. Fino ad ora
molte scuole hanno potuto funzionare regolarmente solo grazie a loro. L’Amministrazione li ha utilizzati e sfruttati; chi vuole rottamarli non ha il minimo senso di responsabilità e di giustizia.
C’è del resto una norma della Finanziaria che ne decreta e regola l’accesso nei ruoli. Fra le “regole di convivenza” che la scuola dovrebbe insegnare e testimoniare non c’è anche quella che ci dice di
rispettare le leggi e onorare i patti?
2. Il malessere della scuola ha cause un po’ più ampie e profonde di quanto l’editorialista sembra
presumere.
3. Le code di precari che bussano per un lavoro stabile alle porte della scuola sono le stesse che i
laureati fanno in Italia per qualsiasi altro posto adeguato ai titoli e alle aspirazioni che hanno.
4. Esistono già gli strumenti perché il sistema si difenda da quella quota di incapaci e furbastri che
in ogni grande organizzazione possono esserci. Se tali strumenti non vengono attivati di chi è la colpa?
5. Il sistema dei concorsi pubblici per entrare di ruolo nella scuola, se ben governato, è un serio meccanismo di garanzia per la società e il “pubblico” prima che per i singoli concorrenti; selezionare su criteri di competenza è doveroso e possibile.
Se non avviene sempre così di chi è la colpa? Il sistema dei Concorsi pubblici è comunque previsto dalla Costituzione; che facciamo?
6. I concorsi sono indetti per gradi di scuola, dunque non si va in una scuola media o in un liceo senza specifica abilitazione.
7. I curricoli di scuola sono già in larga parte nelle potestà progettuale delle singole scuole autonome e degli insegnanti e non di un Ministro o di una Commissione ministeriale.
Si tratta di sostenere la scuola in questo compito.
8. I dati Ocse-Pisa sono un po’ più complessi e articolati di quanto Giavazzi sembra conoscere.
Analizziamoli sino in fondo.
9. Sono anni che i Sindacati chiedono un sistema di valutazione nazionale. Chi non lo costruisce?
10. La classifica delle scuole non serve ai genitori per scegliere la scuola migliore. Le famiglie (tranne quelle di categorie privilegiate e abbienti) possono mandare i figli solo nella scuola più vicina. La qualità va assicurata a tutti e non è il sistema della classifica che lo garantisce (neanche in America).
Questo solo per cominciare a precisare. Al Ministro chiediamo di guardarsi da consiglieri improvvisati. A Giavazzi chiediamo di approfondire la conoscenza del sistema scolastico. Credendo nella sua onestà e buona fede, gli chiediamo di confrontarsi con noi in una riflessione più articolata.
Anche noi, quanto Lui, vogliamo una scuola efficace, efficiente, capace di rendicontazione sociale.
Francesco Scrima
Segretario Generale Cisl Scuola
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di Roberta Roberti
NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELLA SCUOLA!!
Mi pare che i segnali che stiamo registrando fin dai tempi di
Moratti-Fioroni, e le intenzioni chiaramente espresse da diversi ministri
delll'attuale governo (vedi Gelmini e Brunetta,oltre a una schiera di
affiancatori prima fra tutti Aprea), ci diano un segnale molto chiaro: la
privatizzazione della scuola deve procedere a grandi passi.
In Inghilterra si sta creando un grande movimento di docenti e genitori
contro le Academies, che sono il corrispondente delle Fondazioni proposte da
tanti in Italia e più recentemente da Aprea come soluzione al livello
"disastroso" della scuola italiana. In Francia la scuola si è mobilitata
contro la privatizzazione progressiva del sistema scolastico progettata da
Sarkozy.
Ad Amsterdam ci siamo chiesti chi diavolo abbia avuto dei buoni risultati
nei test OCSE PISA visto che in tutti i paesi europei le scuole hanno subito
strigliate per colpa degli scarsi risultati conseguiti.
Richard Hatcher ha risposto che salvo rare eccezioni nessuno dei paesi della
UE ha effettivamente raggiunto uno standard elevato, per il semplice fatto
che il livello non viene calcolato rispetto ad un valore assoluto, ma
rispetto a quanto si è fatto nell'anno precedente, per cui una scuola che
avesse preso 9 punti sul massimo di 10 e l'anno dopo prendesse 8, pur
restando ad un ottimo livello verrebbe catalogata come in calo, in perdita,
in fallimento.
Ciò innesca un meccanismo perverso, che non può essere funzionale a nulla se
non a consentire un controllo sempre più stringente sulle scuole e sul
sistema educativo in genere.
Le scuole sarebbero sempre sotto ricatto, i loro insegnanti sempre meno
liberi, se non liberi di andarsene in un'altra scuola, sperando in un
dirigente più vicino alle loro vedute, o meno rampante, o forse più
probabilmente meno esigente, perchè in una scuola tra le meno ambite o le
più disagiate.
Ciò è perfettamente in sintonia con il disegno di legge presentato da Aprea
e con l'idea di scuola che è sottesa alla legge 53.
Credo che su questo tema si potrebbe ricreare un fronte comune.
NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELLA SCUOLA, che sembrava fino a ieri uno dei tanti
slogan possibili per difendere la buona scuola, potrebbe diventare lo slogan
per una nuova forte presa di posizione dei movimenti.
Non so se i sindacati ci seguiranno. Non so se i partiti ci seguiranno.
Ma le persone, i genitori, gli insegnanti, gli studenti forse sì e
indipendentemente dalle indicazioni dei sindacati e dei partiti.
Vi giro la traduzione dell'ultima newsletter della Anti Academies Alliance.
Roberta Roberti
Ed Balls chiuderà 26 Academies fallimentari?
Oggi il ministro dell’educazione Ed Balls annuncerà che 638 scuole
fallimentari dovranno migliorare i loro risultati o saranno chiuse entro il
2011.
Dice che le scuole che saranno chiuse saranno riaperte come Academies o
Trust schools.
Però si è dimenticato di dire che 26 delle cosiddette "scuole fallimentari"
sono Academies. E questo su un totale di 83 Academies finora aperte.
Su queste basi se un 20% delle scuole superiori in Inghilterra sono
fallimentari, è pur vero che un agghiacciante 31% di Academies sono
fallimentari.
La proposta di aprire 300 Academies entro il 2010 è una considerevole
accelerazione del programma sulle Academies. Porterà ad un minore controllo
delle comunità sulle scuole locali e creerà maggiore squilibrio. Il fatto
che il Kent abbia 30 scuole comunali a basso livello e risultato, ed il
maggior numero di grammar schools nel paese dimostra ciò che accade se
saranno aperte più Academies. Lungi dall’aprire una maggiore possibilità di
scelta, la differenziazione dei finanziamenti nell’educazione conduce ad una
distorta allocazione delle risorse.
La più comune certificazione da conseguire è il livello di 5 A*-C al GCSE.
Molti alunni che crescono in povertà non lo conseguono. Il governo pubblica
cifre diverse, cioè la proporzione di alunni che ottiene 5 o più A*-C, noto
come Livello I. Questo è un indicatore funzionale allo scopo di rendere
assai difficile per i ragazzi che hanno un livello inferiore trovare un
impiego.
A livello nazionale nel 2006, il 19% degli alunni delle Academies non ha
raggiunto questo livello.
Molto peggio che nelle supposte scuole fallimentari che esse hanno
rimpiazzato. Il livello nazionale era sotto al 10%.
new Anti Academies Alliance briefing paper on Attainment in Academies at
http://www.antiacademies.org.uk/index.php?option=com_remository&Itemid=41&fu
nc=fileinfo&id=85
Anti-Academies Alliance
PO Box 14412, Birmingham, B11 9DZ
07528 201 697
www.antiacademies.org.uk
office@antiacademies.org.uk
Le figure retoriche della Pubblica Istruzione
Caro Ministro,
mi presento. Sono l’ossimoro della Pubblica Istruzione, cioè una docente precaria ma stabile, storica per le cronache. Liquida, mi definisco io, e questa volta scelgo una metafora, perché mi adatto ad ogni scuola-contenitore come l’acqua. Viaggio con un bagaglio leggero, sempre pronta al trasloco, senza pensare mai che quel posto, quella cattedra, è mia. Scelgo libri di testo per alunni che non conoscerò e per colleghi che dovranno usarli senza averli scelti, infliggo debiti che non vedrò saldati, semino concetti che non raccoglierò, mento di continuo, saluto con arrivederci che in realtà sono addii. Quando ero giovane, ora ho 48 anni, ho scelto di fare l’insegnante perché volevo impegnarmi in qualcosa di costruttivo per la società. In verità a volte ci sono riuscita, mi è parso pure di costruire castelli, ma sono sempre stati castelli di sabbia, con la prima mareggiata di settembre sono andati giù, e io lì, ancora oggi, a ricostruire, anno scolastico dopo anno scolastico, in una scuola diversa. Da due anni ho avuto una spezzone di cattedra in un Istituto superiore di quelli definiti a rischio, cioè con una utenza difficile. Le utenze difficili sono il pane di noi precari, insisto con le figure retoriche, chi sceglie le cattedre prima di noi se ne tiene lontano. Qui i ragazzi sono stati traditi dalla società, dagli adulti. Anche io li tradirò. Dopo l’estate prenderò altre strade che porteranno ad altre scuole solo perché va rispettata la burocrazia e la graduatoria, e chi se ne importa della continuità didattica, dei sentimenti che tanto, quelli, non si segnano sul registro! Ecco che allora la supplenza annuale diventa un purgatorio, lungo, come il tempo delle espiazioni: il paradiso( cioè il ruolo) è lì, ma prima devi scontare, ma ancora per quanto, signor Ministro? Come faccio ad avere il coraggio, ogni anno, di dire ai miei alunni che non ci sarò, con loro, il prossimo anno? Che ne sanno loro di punteggi, di contenimento della spesa pubblica, di contrazione delle cattedre? Come glielo faccio capire che non dipende da me perché la scuola viene discussa e modificata e stabilita nelle finanziarie, e non nei dipartimenti appositi della conoscenza? Negli ultimi mesi noi precari siamo come la polvere che tutti cercano di nascondere sotto il tappeto. Ma, inevitabilmente, come la polvere siamo tenaci, e concedetemi la similitudine. Siamo abitualmente concentrati in tutte le scuole, un insegnante su sei è precario, soprattutto in quelle di frontiera, e così la precarietà esistenziale degli studenti più problematici si salda con la nostra precarietà lavorativa, privando i primi dei necessari punti di riferimento e i secondi della possibilità di calibrare interventi didattici a lungo termine. In una situazione del genere, inevitabilmente, diventano precarie le nostre parole, le azioni, i rapporti con gli alunni sempre nuovi e le intenzioni che li accompagnano, quando tutto va per il meglio, per otto mesi all’anno. In noi traspare la precarietà come unica e sola certezza, precari ma per sempre, quella che il ragazzo percepisce come legame effimero. E’ questa la scuola che vogliamo? E che dire della dispersione scolastica? Permettetemi di rilevare un paradosso: come pretendo io di essere credibile se mi sento una campionessa di peregrinazioni? Come faccio a battermi per la frequenza e la costanza dei miei alunni se io stessa mi disperdo in continuazione? E come finisce l’anno scolastico mi ritrovo subito a pensare al prossimo. Il mio contratto di lavoro comincia il 1° settembre e scade il 30 giugno, ogni anno. Da più di 10 anni a questa parte. E trascorrerò l’estate, l’ennesima, con la sindrome della cattedra vuota, fino al giorno delle nomine, a quando guarderò la lista delle disponibilità e anche questa volta dovrò scegliere una scuola diversa. Il precariato stabile, per noi docenti, è uno strano destino, perché è come dare gli esami e non sapere mai l’esito finale, come costruire una casa, e ancora una volta non andarci mai ad abitare. E scusi l’ennesima figura retorica. Ma finora noi precari l’abbiamo sempre descritta in chiaro, la nostra situazione. E non è mai cambiato niente. Chissà se con un po’ di retorica, qualcuno ci ascolti.
Prof.ssa Elena La Gioia
Responsabile CIP Puglia
Liberazione: Attenti, la scuola pubblica è in pericolo
13-06-2008
Gennaro Loffredo*
L'anno scolastico è finito. Un sospiro di sollievo per tanti. Mentre i più piccoli si apprestano ad affollare centri estivi e case dei/delle nonni/e, ed è (in extremis) stata fatta un po' più di chiarezza sul recupero dei debiti per gli studenti delle superiori, e poco o nulla si sa delle prove suppletive, calate completamente dall'alto, che dovrebbero (il condizionale è doveroso poiché ciascuna scuola può decidere se farle valere o meno nel giudizio finale) sostenere gli allievi che si licenziano dalla scuola media, la ministra Gelmini sta cercando di capire come funziona la scuola in una full immersion con la sorella insegnante - non so come farà per università e ricerca.
Valentina Aprea intanto, che tutti pensavamo fosse la naturale sostituta della Moratti, gioca le sue carte e deposita alla Camera un ddl di 22 articoli dal titolo "Norme per l'autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti". In esso affronta tematiche che già conosciamo e che già, durante il precedente governo Berlusconi erano state parzialmente discusse senza mai però approdare in aula. Stavolta la Aprea, vuoi perché non coinvolta direttamente in ruoli di governo, vuoi perché l'unica del settore - si è vista scavalcata anche da Pizza a cui qualcosa bisognava pur dare per il ritiro del ricorso che avrebbe fatto slittare le elezioni dello scorso aprile - vuoi perché si avvicina l'estate (fisiologicamente calano interesse ed attenzione sia per la stanchezza di fine anno scolastico che per l'avvicinarsi delle vacanze) sembra voler procedere in gran fretta. Tant'è che il ddl è già stato assegnato alla competente Commissione Istruzione e Cultura della Camera dei Deputati, che lei presiede. E' una vera e propria rivoluzione dell'intero sistema pubblico di istruzione! In negativo ovviamente.
Mi rivolgo ai colleghi e alle colleghe, ai precari docenti ed Ata, agli studenti, ai genitori, ai sindacati, alle associazioni di categoria e a quanti a vari livelli si occupano di scuola. Alla stampa. La scuola pubblica è in pericolo. La società tutta è in pericolo poiché si mette in discussione un diritto fondamentale della nostra Costituzione: il diritto allo studio. Brunetta parla della scuola come se fosse una qualsiasi fabbrica, la Costituzione viene dilaniata con la promessa di Berlusconi al Papa di finanziare direttamente le scuole private paritarie per aumentare la competizione verso l'alto con quelle pubbliche che nel frattempo subiscono duri tagli agli organici. La Gelmini studia… Pizza…?... La Aprea fa tutto il resto. Riscrive lo stato giuridico dei docenti, ciascuna scuola bandisce i concorsi per assumere docenti ed Ata in conformazione al Pof (Piano dell'offerta formativa), spariscono le rappresentanze sindacali, vengono eliminati consigli di istituto e di circolo e trasformati in consigli di amministrazione. Al posto di ogni scuola una fondazione. La gestione? Delle Regioni, naturalmente. E quest'ultima cosa fa il paio con la debolezza con la quale è stato risolto l'affidamento del Miur alla Gelmini. Oserei dire quasi come il Turismo affidato alla Brambilla. Scuola, Università e Ricerca sono questioni delicate. Molti governi ci hanno lasciato le penne. Ma se il progetto è quello di affidare tutto alle Regioni il quesito è risolto. Anche la Gelmini, che avrà sicuramente alte competenze in altri campi, va bene. Solo la scuola riguarda circa 15milioni di persone. Ed è centrale nel prefigurare un nuovo modello di società.
Rimettiamo queste tematiche al centro del dibattito politico, non lasciamo che se ne occupino solo gli addetti ai lavori. Riguarda tutti e tutte; l'acquisizione di ogni seppur piccolo diritto di cittadinanza cresce nelle scuole, nelle aule, dove bambini e bambine di tutto il mondo ormai passano, si incontrano, crescono, maturano pensiero critico. E tutto ciò non avviene a caso. C'è il lavoro continuo, scrupoloso, competente, attento di una comunità educativa che della scuola ha sempre avuto cura. Nonostante i governi, nonostante la scarsità delle risorse, nonostante la denigrazione continua dei mezzi di comunicazione di massa che mettono l'accento sempre e solamente sui lati negativi. Bullismo dilagante, insegnanti fannulloni… mai, dico mai, ho avuto il piacere di vedere in un telegiornale o sulla prima pagina di un qualsiasi quotidiano, una notizia che esaltasse quanto di buono e di prezioso anonimi insegnati portano avanti con fatica. Già, quello è solo il nostro dovere.
Eppure la televisione in passato ha svolto un ruolo importante nell'alfabetizzazione della nostra società. Molti hanno imparato a leggere e scrivere grazie alle lezioni del maestro Manzi (1milione e mezzo conseguirono la licenza elementare) che contribuì notevolmente all'unificazione culturale della nazione attraverso l'insegnamento della lingua italiana. E' prima di "Non è mai troppo tardi", nel 1958, "Telescuola", con 4milioni di telespettatori al giorno, che con il maestro Accatino innovò la didattica dell'Educazione Artistica, promuovendo la docenza della storia dell'arte e dell'educazione all'immagine nella scuola dell'obbligo. Oggi per vedere un programma un po' più intelligente bisogna aspettare le tre di notte.
*maestro elementare
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