La Pantera che studia e lavora
Alba Sasso
Nella introduzione che accompagna il disegno di legge di Valentina Aprea ( Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti – 12 Maggio 2008), vi è un passaggio di estremo interesse per apprezzare la “filosofia” che ispira l’impianto dell’articolato vero e proprio della proposta.
Riguarda una “idea” del ruolo e della funzione dello Stato rispetto all’istruzione e formazione che rappresenta un diritto di cittadinanza, costituzionalmente definito e esigibile in termini di servizio pubblico erogato ai cittadini.
Si tratta di un “passaggio” della relazione nel quale dottamente si cita uno slogan Blair che prevede il passaggi del ruolo dello Stato “from provider to commisioner”.
Cioè in sostanza da uno Stato in funzione di “regolatore” della produzione di servizi pubblici ad uno Stato “committente” o se si vuole “compratore” dei medesimi servizi, si intende “per conto” dei loro fruitori, e cioè dei cittadini stessi; nel caso dell’istruzione delle famiglie, alle quali spetta la “libera scelta” che riguarda la fruizione concreta del servizio di istruzione.
Nulla da eccepire, nel merito: si tratta di un “modello” di organizzazione delle funzioni del welfare che sposta l’attenzione dal tradizionale welfare state a un (si vorrebbe più moderno, efficiente e “libero”) welfare system.
Materia di confronto politico, culturale, istituzionale, tra concezioni del significato di “pubblico”, di modo di concepire il sistema dei “diritti di cittadinanza” e dunque di conseguenza del ruolo e delle funzioni dello Stato nell’erogazione dei servizi ad essi corrispondenti.
Materia anche di confronto “tecnico” sui criteri di efficacia, efficienza, economicità nella organizzazione ed erogazione di tali servizi pubblici e sui possibili modelli che garantiscano al meglio l’uso delle risorse pubbliche.
Confronti che hanno le loro sedi e modalità di espressione, e che non sono oggetto di questa nota. Ad essi si rimanda, qui semplicemente ricordando che sarebbe utile (a tutti) tenere effettivamente il campo di una discussione di grande livello e di portata storica (il ruolo dello Stato nella organizzazione dei servizi pubblici alla cittadinanza è in discussone dalla conclamata crisi dei modelli storici del welfare state e della crisi fiscale dello Stato), evitando cortocircuiti di pensiero, come quelli che “gridano” alla “privatizzazione” esattamente speculari a quelli che “predicano” l’intrinseca inefficienza della dimensione pubblica.
Qui voglio solo mettere in luce un dettaglio (e si sa che spesso i dettagli ospitano il maligno…) dal quale seguono alcuni corollari di valutazione del disegno di legge citato e dei provvedimenti che esso prevede di porre in opera.
Valentina Aprea compie, attraverso la sua dotta citazione di Blair (non si dimentichi che la “patria” originaria, storica, del moderno welfare state è proprio la Gran Bretagna con il programma di Lord Beveridge: dunque gli inglesi se ne intendono..) uno “scarto” vertiginoso rispetto alla tradizione storica nazionale.
Quest’ultima è infatti caratterizzata dalla funzione dello Stato come “produttore” dei servizi. Stato producer, se vogliamo mantenere il riferimento anglosassone.
La transizione che si vorrebbe promuovere è dunque più radicale e completa: from producer, through provider, to commisioner avrebbe dovuto affermare un “blair” nostrano.
Dagli anni ’90 del secolo scorso, è in atto un complesso e contraddittorio tentativo di trasformazione della Pubblica Amministrazione italiana from producer to provider.
Un processo contraddittorio perchè investe un “apparato” di grandi dimensioni, stratificato di interessi e culture, alimentato da interpretazioni giuridiche e professionali, il cui cambiamento non è (non solo) tecnico. Investe almeno un paio di generazioni di interpreti, per essere compiuto, posto che le resistenze e reazioni che necessariamente lo accompagnano vengano superate “tenendo la barra” del timone con sicurezza della marcia intrapresa e della direzione da seguire.
Un processo complesso perché si intreccia e stratifica, in un legame circolare di causa ed effetto, con aspetti di riforma istituzionale e costituzionale.
Se volessimo usare per brevità uno slogan come riferimento basti pensare alla stagione politica delle “bassanini” intrecciata a quella della riforma del Titolo V della Costituzione. Per stare al mondo della scuola alla Autonomia delle Istituzioni scolastiche.
La filosofia comune è proprio quella di alleggerire gli apparati dello Stato dalle funzioni di “produzione” diretta del servizio alla cittadinanza, a partire dalla “detenzione” delle risorse esenziali a tale produzione: il personale, le risorse finanziarie, le specifiche organizzative.
In parallelo, invece, l’ipotesi politica di trasformarne e di qualificarne l’attività in termini di “regolazione, controllo, monitoraggio, funzioni di service” ad una “produzione” decentrata, deconcentrata, devoluta (i termini non sono equivalenti: corrispondono a diverse soluzioni specifiche previste sia nella riforma della Pubblica Amministrazione che nel dispositivo del Titolo V, e specifiche per diverse materie: l’autonomia scolastica per esempio è una di queste in campo scolastico; alcune privatizzazioni di “aziende pubbliche” sono altri esempi del processo in altri campi).
From producer to provider è un processo storico di portata epocale per il nostro Paese e le sue tradizioni amministrative.
Lo Stato “rinuncia” a detenere in proprio i fattori della produzione (risorse, lavoro, modalità di organizzazione), potenziando l’autonomia produttiva di altri soggetti pubblici e/o trasferendo poteri normativi. Consolida invece le funzioni di controllo e regolazione.
A presidio di tale disegno sono poste due condizioni costituzionali (titolo V): lo Stato si riserva il potere normativo relativo ai “principi generali” che interpretano i diritti di cittadinanza, e la podestà di definire le “prestazioni essenziali” che corrispondono a quei diritti e che si impegna a garantire in modo eguale a tutti i cittadini, quali che siano i soggetti erogatori.
La eventuale non corrispondenza sia nei “principi generali” sia nei “livelli essenziali di prestazione” promuove “potere sostitutivo” nei confronti di questi ultimi. (Così recita il Titolo V Cost.)
L’Aprea sembra andare oltre e scavalcare quel processo, operando un ulteriore scarto di “modello” e, non a caso, rifacendosi ad un modello anglosassone.
Lo Stato comissioner in buona sostanza e riferito al servizio di istruzione funziona (-erebbe) così
1. Lo Stato eroga alle istituzioni scolastiche un finanziamento pubblico di tipo “capitario” (in sostanza per studente iscritto)
2. Le scuole hanno padronanza totale dei fattori di produzione, dal lavoro (i docenti assunti direttamente) ai modelli organizzativi, avendo solo vincoli relativi a obiettivi “terminali” dell’istruzione (per altro, nella tradizione anglo sassone, verificati non tanto in uscita, quanto in entrata nei livelli successivi di formazione).
3. La “garanzia” pubblica è fondata su un rigoroso e autorevole sistema di valutazione (OFSTED) che opera come un vero e proprio sistema di rating, che “valida” le scuole stesse e dunque orienta decisamente le scelte dei cittadini. Le scuole “migliori” sono premiate dall’utenza e non solo dai finanziamenti pubblici.
Insomma una variante “radicale” di un modello di quasi-mercato.
Funziona? Non mi interessa qui sviluppare tale argomento. Semplicemente ricordo che la pertinenza di tale modello riposa su due condizioni specifiche della società inglese:
a. E’ compatibile con una formazione sociale nella quale il rapporto tra Stato e “società civile” è animato da un “orientamento alla società civile” coniugato ad una “pedagogia stabilizzatrice” delle funzioni pubbliche.
Per le medesime ragioni l’Inghilterra non ha una Costituzione formale e non ha un “diritto amministrativo” (c’è solo la common law); ma nessuno può affermare che non sia una democrazia, non sia uno Stato, e non vi sia nella società inglese il “senso dello Stato” e del valore pubblico. Semplicemente tutti questi valori riposano su altre fondamenta della formazione storico-sociale.
b. Alimenta un sistema di istruzione nel quale il contributo diretto della spesa delle famiglie è particolarmente elevato.
Basti il dato che in Gran Bretagna tale contributo equivale al 13,4% del totale della spesa per istruzione in quel Paese, mentre in Italia tale contributo è del 3,9%. (dati da “Education at Glance”, OCSE, 2006).
(Sia detto per inciso: quando si discetta di spesa per l’istruzione occorrerebbe sempre bilanciare spesa pubblica e spesa diretta dei cittadini, prima di affermare che un sistema scolastico sia più o meno costoso di un altro..).
La tradizione storica del nostro Paese (usando le medesime categorie tassonomiche precedenti) potrebbe esse descritta nei termini di un orientamento “statalista” nel rapporto tra Stato e Società Civile, coniugato con la medesima “pedagogia stabilizzatrice” attribuita allo Stato stesso (societarismo versus statalismo nella medesima cornice stabilizzatrice del significato del welfare).
Non è certo impossibile cambiare di modello: ma la strategia va commisurata alla sua portata storica, altrimenti non solo fallisce, ma semplicemente cambia significato e risultati.
Qui basti concludere che la citazione della Aprea nella introduzione al suo disegno di legge sembra sorvolare, pur citandone i presidii importanti (dalla “bassanini” al Titolo V) su quel processo complesso di trasformazione dello Stato da producer a provider che ha caratterizzato l’ultimo ventennio di impegno politico e istituzionale, proponendo un ulteriore scarto.
Una dimenticanza? Una superficialità espositiva in una relazione introduttiva necessariamente stringata? Forse c’è dell’altro a considerare le contraddizioni che ne seguono e che punteggiano l’articolato di legge.
Ne cito solo tre importanti, sulle quali si è variamente acceso il dibattito politico attorno allo stesso disegno di legge: la trasformazione delle scuole in Fondazioni, l’assetto e stato giuridico dei docenti, l’attribuzione dei docenti alle scuole autonome.
1. La scelta che viene compiuta nel disegno di legge, anche nel delineare le prospettive di realizzazione dei dispositivi del Titolo V, è quella di mantenere il personale della scuola alle dipendenze dello Stato.
Alle Regioni si riconosce un compito “funzionale” (qualunque cosa ciò voglia significare) ma il personale è confermato come “risorsa detenuta dallo Stato” che ne ha la “padronanza” degli istituti del rapporto di lavoro (con seri limiti alla stessa dimensione contrattuale) e dello “stato giuridico”.
Si cita a rinforzo un parere della Suprema Corte che riconosce allo Stato questa titolarità: ma appunto la Corte non poteva esprimersi altrimenti a partire dall’assunto che il personale dipende dallo Stato. Il problema è decidere a chi tocca la titolarità di “datore dei lavoro”. In attesa del “federalismo” che dovrebbe decidere in merito.
Il personale della Sanità ha un contratto nazionale, uno “stato giuridico” nazionale, e una titolarità del rapporto di lavoro regionale…Confondere i livelli non fa bene alla chiarezza delle scelte.
Il profilo di docente che ne emerge è quello tradizionale di “funzionario” statale qualificato su base professionale, ma legato all’amministrazione da una definizione “formale” (una “investitura”) del suo ruolo, che riconduce “a norma” ( e non a parametro organizzativo) anche gli spazi di esercizio della autonomia professionale.
La contrattualità del rapporto di lavoro si riduce così in buona sostanza al solo trattamento economico.
La stessa “libertà di insegnamento”, posta come valore essenziale, è nel testo di legge fortemente vincolata da tale configurazione del ruolo del docente.
Nel disegno di Legge in questione le affermazioni in proposito si fanno stringenti. ”La libertà di insegnamento va tutelata con norme di legge riguardanti non solo lo stato giuridico in senso stretto”, ma con “regole precise con riferimento ai vari aspetti che incidono su di esse come, per esempio, il modo con cui si identificano le attività del docente, l’eventuale tipologia della funzione docente, i rapporti fra il docente e la scuola, i rapporti tra la scuola e gli altri pubblici poteri, le procedure di assunzione, la stabilità del rapporto, i principi su eventuali carriere.”
Dunque con un dettaglio della articolazione della libertà di insegnamento e delle condizioni del suo esercizio che va ben al di là della nettezza dell’affermazione costituzionale e delle sue ragioni profonde.
L’affermazione di principio è inequivocabile “tutti gli ambiti che integrano la disciplina della libertà di insegnamento devono ritenersi sottratti al contratto collettivo, risultando non disponibili da parte dei diretti interessati.”
Dunque la normazione statale non dovrebbe limitarsi a dare corso a “principi e dispositivi di carattere generale” capaci di tradurre operativamente la nettezza e stringatezza del dettato costituzionale, ma dovrebbe entrare nel merito anche della dimensione organizzativa del lavoro docente, e addirittura delle sue forme di rappresentanza sindacale.
Significativo, sotto tal profilo, lo scarto semantico con il quale si parla di “livelli essenziali di prestazione”: essi sono riferiti alla figura professionale (si verifichi nel testo).
I Livelli Essenziali di Prestazione nello stesso dettato costituzionale ( determinazione che spetta allo Stato) si riferiscono al servizio garantito al diritto di cittadinanza, non alla “prestazioni lavorative” dei singoli.
Stabiliti i livelli esenziali del servizio, l’operatività degli addetti ne discende come variabile dipendente e la sua definizione è mediata, appunto, dalla dimensione collettiva dell’organizzazione del servizio stesso. Qui si capovolge la logica in contraddizione con il tentativo medesimo di “riscrivere le regole e gli organismi” delle istituzioni scolastiche autonome (autonomia organizzativa, finanziaria, di ricerca e sviluppo).
2. Il dispositivo che prevede la possibilità delle istituzioni scolastiche di trasformarsi in “fondazioni” contiene diverse contraddizioni.
i. Sotto il profilo giuridico una fondazione si costituisce attorno ad un “capitale”, anche se è vero che in alcune leggi regionali le fondazioni di carattere locale non sono vincolate ad un “capitale minimo” necessario per costituirsi.
Nel caso di una scuola quale è il “capitale” di riferimento?
ii. Le Fondazioni hanno organi propri: la dizione del testo che prevede la partecipazione di partners agli organi di governo della scuola, attraverso la Fondazione appare impropria
iii. Le fondazioni hanno vincoli di bilancio propri del Codice Civile, ma soprattutto sono tenute al “Bilancio di missione” che è una forma di rendicontazione sociale.
Nel testo si prevede che la fondazione così costituita abbia l’obbligo di rendere conto “alle amministrazioni pubbliche competenti (?) delle scelte organizzative e didattiche”
Inoltre si prevede che la possibilità di trasformarsi in fondazione sia “su proposta del Ministro della Pubblica Istruzione”
iv. La contraddizione più rilevante dell’art. 2 consiste nel fatto che esso appare aprire positivamente ad un rapporto tra autonomia scolastica e terzo settore (in coerenza con quanto in premessa).
Ma chiude drasticamente tale possibilità sia attraverso il filtro previsto della proposta del Ministero, sia nelle indicazioni, per altro confuse, delle modalità di rendicontazione.
Altra misura e di diverso significato sarebbe quella di prevedere che una o più istituzioni scolastiche possano “dar vita” a soggetti del terzo settore (meglio ONLUS che Fondazioni).
In tale modo si potenzia l’autonomia scolastica, sia attraverso i vantaggi gestionali (il codice civile) sia nelle forme di rendicontazione (il Bilancio Sociale) sia nel recupero di partners e interlocutori che apportano risorse sia economiche che professionali.
In tale caso infine è l’istituzione scolastica che partecipa agli organi di governo e gestione del soggetto del “terzo settore” e non il reciproco.
Tale possibilità di “dare vita a..” e non “trasformarsi in...” richiederebbe un intervento normativo minimo, essendo tale possibilità nei fatti già operativa (e già messa in atto in diverse esperienze).
3. Infine la questione della possibilità delle scuole di “scegliersi” i docenti che più ha sollevato preoccupazioni e grida di “privatizzazione” da un lato e approvazione entusiasta di certe organizzazioni di Dirigenti Scolastici (finalmente ci scegliamo gli insegnanti…).
In realtà il provvedimento prevede che, alla fine di un percorso formativo del quale ovviamente si può e deve discutere, si costituisce un Albo professionale che semplicemente testimonia l’abilitazione all’insegnamento.
Ad esso si accede comunque per concorso, che viene bandito dagli stessi Istituti scolastici.
In altre parole l’assunzione dei docenti segue comunque le procedure concorsuali che vengono “disseminate”.
Una metodologia di assunzione tradizionale e coerente con la configurazione giuridica di “funzionario dello Stato”, messa in capo alle singole scuole.
Forse vale la pena ricordare che fino agli anni ’70 non dissimile era la situazione degli Istituti professionali: assumevano in proprio il personale che poi veniva trasferito nei ruoli dello Stato….
A parte la realizzabilità concreta del modello (si pensi solo alle dimensioni e alla dispersione del contenzioso relativo) esso appare totalmente disallineato con la filosofia dello Stato commissioner enunciata in premessa.
Qui lo Stato continua a detenere, anzi consolida per via delle proposte di stato giuridico, la padronanza sul personale. Ad essa si ricongiunge quella sulle risorse finanziarie come previsto da altri articoli.
Le contraddizioni tra proposte dell’articolato della legge e premessa di “filosofia” sono evidenti, e provengono tutte da una lettura “deformata” proprio dei processi, che abbiamo indicato in precedenza, di riforma dello Stato.
Non di “privatizzazione” dunque si tratta, o almeno non in senso stretto.
In realtà siamo di fronte ad una miscela di “statalismo”, che mantiene in sostanza la forza baricentrica dello Stato e del Ministero dell’Istruzione, e di “privatismo” nel quale la padronanza statale delle risorse (finanziarie ed umane) viene risagomata “in utilità” di interessi privati, o meglio individuali.
E il primato della “società civile”? E la “sussidiarietà”? E il “federalismo”?
C’è solo da aggiungere che, forse senza intenzioni di chi propone, la miscela di “statalismo” e di “privatismo” è la medesima che abbiamo conosciuto in altre occasioni di cosiddette “privatizzazioni” in questi anni e che, sempre in questi anni, si è opposta e ha finora sconfitto ogni sensato tentativo di “liberalizzazione”.
da http://www.liberazione.it
Scuola, welfare, precari: a settembre rilanciamo il conflitto
Ma non illudiamoci sulla scesa in campo di Cgil e Pd
Loredana Fraleone
Usato come cemento tra le forze del Pdl e la Lega, nonché elemento sul quale consolidare la propria egemonia, il tema della "sicurezza" continua ad essere declinato dal governo Berlusconi, in forma diretta od indiretta, con misure che puntano a rendere invisibile la natura antipopolare della sua politica. Così avviene anche in questa devastante Finanziaria, nella quale i tagli all'istruzione ed al welfare, nel suo complesso, superano anche le più fosche aspettative.
Le città sono liberate dai "fastidiosi" zingari, le strade vengono presidiate dai militari, nelle scuole tornano grembiulini e voto di condotta funzionale alla bocciatura e chissà cos'altro, magari si arriverà agli elenchi dei docenti ribelli che rifiutano l'obbedienza al governo!
Contestualmente si tagliano classi e posti di lavoro del personale docente ed Ata, si bloccano le immissioni in ruolo, si torna al doppio canale dopo la scuola media. La popolarità di questi provvedimenti, però, mi sembra in ordine decrescente.
I più non sopportano gli zingari, molti sono perplessi sull'efficacia dei soldati per le strade, ad impedire qual si voglia crimine, che tra l'altro, ci dicono le statistiche, sono da tempo in netto costante calo in Italia. Dubito che la maggioranza degli Italiani apprezzino il sette in condotta ed i grembiulini per i propri figli.
Analisi e giudizi su queste politiche, tanto retrive quanto furbesche, sono fin troppo facili. Quello che serve davvero è capire come fermare tutto questo, come costruire movimenti di massa, come costringere i sindacati, in particolare la Cgil, a schierarsi con decisione contro la regressione materiale e morale che ci aggredisce. Non sarà facile, ma la costruzione di vertenze, conflitto e movimenti, sono indispensabili anche per un adeguamento della Cgil alla radicalità dello scontro.
Da questo punto di vista, trovo francamente illusorie alcune posizioni espresse recentemente, anche da Liberazione , su una efficace discesa in campo del sindacato e persino di alcuni settori del Partito democratico, a prescindere se si riuscirà o meno a far partire dalla società segnali forti che spingano in quella direzione.
Questi segnali dalla scuola possono partire molto presto, fin dai primissimi giorni di settembre, quando molti precari si troveranno ancora più precari e molti non saranno riconfermati su alcun posto di lavoro. Gli studenti si troveranno in classi più numerose, anche per via degli accorpamenti di quelle considerate "troppo piccole", perdendo continuità didattica e persino libri di testo, oltre all'indispensabile attenzione da parte dei docenti, impossibile in situazioni di sovraffollamento.
Ad alunni/e disabili saranno ridotte le ore di sostegno, e rischieranno di essere percepiti/e come un peso, dai propri compagni di classe, invece che un'occasione di arricchimento. Verranno a mancare risorse ancor più che in passato, per l'esigenze materiali e l'attività ordinaria delle scuole, altro che diritto allo studio!
Questo e molto ancora, percepibile nella vita quotidiana delle scuole, non tarderà a suscitare reazioni, un po' da tutti/e, perché tutti/e saranno toccati/e. Per quanto ci riguarda, non abbiamo perso l'allenamento al conflitto neanche durante il governo Prodi e la sua breve esistenza non ha dato il tempo di cancellare le relazioni, le reti, le aggregazioni proliferate ai tempi della Moratti.
Il contesto generale è più duro di allora, per ragioni oggettive e soggettive, ma il fronte sostanzialmente limitato, precedentemente, ad insegnanti e genitori potrebbe allargarsi finalmente agli studenti, ed i precari della scuola potrebbero trovare alleati tra quelli, sempre più in sofferenza, dell'università, della ricerca e della cultura in generale.
Sappiamo come e dove mettere le mani, insieme ai soggetti politici, sindacali ed associativi, con i quali abbiamo costruito una lunga e proficua collaborazione, si tratta soltanto di aspettare la ripresa di settembre.
10/08/2008
10 novembre 2007 - inviato da Andrea Pergolini
La Legge Finanziaria , allo stato attuale, introduce per la scuola rilevanti cambiamenti nelle modalità di reclutamento degli insegnanti, riproponendo procedure concorsuali con cadenza biennale.
Tutto ciò dovrebbe avvenire dopo l’attuazione completa del piano pluriennale di assunzioni in ruolo dei docenti iscritti nelle graduatorie ad esaurimento e da concorso in vigore. Le nuove procedure concorsuali sono volute da questo governo al fine di non permettere il riproporsi del fenomeno del precariato, in quanto sembra che i futuri docenti , dopo l’eventuale superamento di un concorso successivo alla specializzazione abilitante, effettueranno uno o due anni di prova a tempo determinato e poi saranno immessi, dopo attenta valutazione del loro servizio, subito in ruolo, evitando l’odissea del mondo delle supplenze dei precari di oggi.
Molti nodi problematici restano però da sciogliere: in primo luogo, non tutti i docenti abilitati che si trovano ora iscritti nelle graduatorie permanenti ad esaurimento saranno immessi in ruolo nei prossimi anni, vale a dire che è improbabile che entro il 2011-2013 le stesse graduatorie risulteranno definitivamente esaurite.
Il governo dovrà perciò pensare ad una fase di transizione: sarebbe certamente assurdo che le persone rimaste in graduatoria debbano rimettersi in lizza per un concorso con i ventenni, insegnando già da diversi anni. Specie per chi è iscritto nelle graduatorie ad esaurimento attuali con la sola scuola di specializzazione all’insegnamento (SSIS), non è così scontato che sarà presto di ruolo; vediamone il perché: soprattutto nelle scuole secondarie di secondo grado ci sono classi di concorso con aspiranti al ruolo che ricoprono supplenze annuali da alcuni anni, ma che, tuutavia, non saranno così presto immessi in ruolo, in quanto occupano ogni anno posti dell’organico di fatto, mentre il numero di posti dell’organico di diritto è invece abbastanza esiguo, a causa di trasferimenti e passaggi di ruolo da altre classi di concorso e dagli altri ordini scolastici.
Del resto, non è mai stata superata la distinzione tra organico di diritto e organico di fatto. In più l'abilitato tramite la sola SSIS è svantaggiato dal fatto che gli è negato di partecipare al sistema del doppio canale di reclutamento (le procedure di reclutamento avvengono il 50% dalle graduatorie di merito dei vecchi concorsi, per il 50% dalle graduatorie ex-permanenti ad esaurimento e i sissini si trovano iscritti solo in quest’ultime).
Inoltre, il piano di assunzione triennale prevede 50.000 immissioni in ruolo all’anno, ma tolte le 50.000 già attuate lo scorso settembre, sono rimasti per il prossimo anno soltanto circa 20.000 posti nell’organico di diritto, a cui si devono aggiungere anche i prossimi pensionamenti. Tuttavia, è difficile che le cessazioni di servizio saranno lo stesso numero dell’ondata eccezionale del precedente anno scolastico. A ciò si associano i tagli previsti in Finanziaria per l’organico.
Eppure in Finanziaria, riguardo agli impegni di risoluzione del precariato, si sta discutendo e ipotizzando anche la stabilizzazione di tutti i dipendenti temporanei che abbiano lavorato nell’amministrazione pubblica per più anni: tale norma, seppur fosse approvata, non riguarderebbe comunque, e non se ne conosce il motivo, il settore della scuola, rimasto totalmente escluso, benché sia detto il cardine dello sviluppo delle future generazioni.
Il Viceministro Bastico ha dichiarato che il nuovo sistema di reclutamento è stato pensato per non deludere le aspettative dei giovani e per rinnovare il corpo docente; sarà meglio delle SSIS? Questo ancora non è dato a sapersi. Speriamo che però nel frattempo non vengano deluse le aspettative di quanti, iscritti nelle graduatorie ex-permanenti, non sono ancora di ruolo.
Immaginiamo che , dopo anni di attesa, di specializzazione e di insegnamento sul campo, un povero precario veda tra due anni arrestarsi il numero di assunzioni attraverso i requisiti odierni alla posizione in graduatoria sopra la sua: sarebbe paradossale e davvero troppo che lui invece, per ironia della sorte, debba allora affrontare un concorso o riconvertirsi a un altro lavoro. Bene quindi passare al nuovo, ma credo che chiunque pensi che prima devrà essere data in ogni caso priorità assoluta a chi, per suo malaugurato destino e non volontariamente, sia rimasto imbrigliato nella triste piaga del precariato scolastico.
Credo che anche questo ci si aspetti dall’attività parlamentare e che la salvaguardia degli iscritti nelle graduatorie ex-permanenti debba essere strenuamente difesa da questo governo.
Ci limitiamo qui a segnalare due delle schifezze più rilevanti di questo “libro nero dell'istruzione”: la “nuova” proposta di reclutamento dei docenti, che ricorda i percorsi sadomasochisti, al limite della tortura, imposti ai reparti speciali dei marines USA; e l'ennesima riproposizione della demenziale e sciagurata idea dei “bollini di qualità” da assegnare alle scuole.
Sul primo punto, Fioroni propone ai precari la seguente trafila per arrivare ad un posto stabile di insegnamento:
1) laurea;
2) concorso pubblico da superare dopo la laurea;
3) scuola di specializzazione da frequentare dopo il concorso, con esame finale;
4) tirocinio in una scuola, sotto lo sguardo occhiuto dei nuovi presidi-sceriffi e di presunti “docenti esperti”;
5) superato il tirocinio, contratto a termine;
6) e arrivati a tale “termine”, a insindacabile valutazione del suddetto preside-sceriffo (e dei “docenti esperti”) finalmente l'assunzione a, se va bene, 1200-1300 euro.
Insomma, il parere del preside-sceriffo e degli esimi colleghi/e “esperti” varrebbe (e annullerebbe) più di una laurea, un concorso superato e anni di pratica sul campo. Inutile dire quale terrificante potere verrebbe consegnato al preside-padrone dell'azienda-scuola: ma d'altra parte lo stesso Fioroni vuol anche assegnare ai nuovi sceriffi anche il potere di trasferire in “reparti-confino” (così faceva la Fiat e altre grandi fabbriche negli anni '50 con gli operai che non si sottomettevano ai padroni), togliendoli dall'insegnamento, i colleghi/e che dovessero “dare disdoro alla scuola” (e magari criticare il preside-padrone).
Bontà sua, Fioroni deve ammettere che tale percorso di guerra può essere proposto ora perché circa il 45% dei docenti (quelli del '68 e del '77, il terrore di Buttiglione e di Berlusconi, che tuonarono a lungo contro “l'egemonia nelle scuole dei professori comunisti e sessantottini”) se ne andranno da qui al 2020 e quindi si può procedere alle sperimentazioni sado-maso in “corpore vili” sui nuovi docenti, visti evidentemente come vittime sacrificali designate e inermi
Se il sadismo e le ubbie padronali e aziendali hanno prodotto questa “perla” nel Libro Nero, l'idea del “bollino blu” alle scuole “di qualità” è un puro parto dell'idiozia a cui si giunge quando, volendo scimmiottare l'efficientismo aziendale, non ci si preoccupa neanche di chiedere in giro per il mondo cosa in passato hanno prodotto idee simili. In pratica l'idea-base è questa: diamo un punteggio alle scuole e in base all'altezza di esso le aiutiamo di più e via via eliminiamo le altre. Senonchè per valutare le scuole si valuterebbero i “punteggi” ottenuti dagli studenti agli scrutini finali e i risultati di test periodici. In Giappone, dove ai punteggi erano collegati anche gli stipendi dei docenti, scoppiò un gigantesco scandalo quando un insegnante (sessantottino), una volta andato in pensione, scrisse un libro raccontando come fosse prassi consueta tra i docenti giapponesi non solo promuovere anche le “capre” ma soprattutto passare direttamente agli studenti i test da svolgere. Il Canada abbandonò tentativi del genere quando ne apparve chiaro non solo l'effetto corrompente e grottesco ma anche gli elevati costi dell'elefantiaco e farraginoso sistema di valutazione così edificato: qualcuno fece notare che era assai più produttivo investire i soldi del sistema di valutazione nelle strutture scolastiche e negli stipendi dei docenti.
Può essere che Fioroni dovrà abbandonare al ministero di Viale Trastevere tali nefandezze aziendalistiche, insieme al posto che vi ha occupato finora. Ma è bene che i docenti ne siano dettagliatamente informati/e perché non ci meraviglieremmo affatto se qualcuno/a vorrà presto recuperare tali “perle nere” con zelo produttivistico, raccogliendo la nefasta staffetta che ha collegato Berlinguer, Moratti e Fioroni.
Piero Bernocchi portavoce nazionale dei Cobas della scuola
Sabato 18 novembre si è formalmente costituita la Rete Nazionale dei lavoratori Precari della FLC Cgil al termine di un seminario nazionale tenutosi il 17 e 18 novembre a Frascati.
Al termine dei lavori la Rete ha approvato un documento di critica sul maxi emendamento alla Legge finanziaria approvato dalla Camera.