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martedì, 09 settembre 2008

salviamo la scuola

Così la scuola torna a De Amicis". Sergio Mattarella interviene a favore della riforma del '90: no al "maestro unico" L'inserimento a sorpresa del "maestro unico" nel decreto-legge del 28 agosto è stato definito un colpo di mano: in effetti ne ha tutti i requisiti. Il comunicato ufficiale del Consiglio dei Ministri di quel giorno esclude espressamente che l'argomento sia stato inserito in quel decreto e, inoltre, non vi è alcuna urgenza dato che sarà applicato tra un anno. Ma il vero colpo di mano, sostanziale, sta nell'aver deciso una questione di questa portata con decreto-legge, in vigore già da quattro giorni: con poche righe viene travolto l'ordinamento, il modo di essere di un intero settore scolastico fondamentale e, finora, il più efficiente. In questo modo si è riusciti a eludere confronto, discussione e un vero esame parlamentare. La Gelmini, inoltre, si è abbandonata a dichiarazioni perentorie: «La scelta dei tre maestri alle elementari non ha avuto nessuna motivazione educazionale e pedagogica. È stata fatta per aumentare il numero degli insegnanti». È sorprendente che un ministro dell'istruzione si esprima in maniera così grossolana su una riforma realizzata con serietà diciotto anni addietro: occorre più rispetto verso scelte fatte da altri governi e dal parlamento se si vuole, a propria volta, essere rispettati. La riforma del '90 fu il risultato di un lungo e approfondito dibattito; non soltanto politico e parlamentare ma anche della cultura, anzitutto tra i pedagogisti, del mondo della scuola, tra le associazioni di docenti e nel sindacato. Avverto come un privilegio aver firmato quella riforma come Ministro della Pubblica Istruzione. Ma sarei presuntuoso se pensassi che è stata la mia riforma: è nata da questo ampio concorso di elaborazione, di cui è giusto ricordare il contributo fondamentale dell'Associazione Maestri Cattolici, allora guidata da Carlo Buzzi, quello del presidente della commissione istruzione, Francesco Casati, e l'opera di un serio servitore dello stato, il direttore generale delle elementari, Aurelio Sinisi. La ragione della riforma del '90 non è stata, al contrario di quanto incautamente dice la Gelmini, «aumentare il numero degli insegnanti» che non è aumentato, e neppure quello di mantenerne il livello a fronte del calo demografico. La ragione è stata la consapevolezza del grande ampliamento dell'ambito dei saperi che la scuola elementare era chiamata a impartire ai bambini verso il duemila. Bambini che, già allora e oggi molto di più, giungono alla scuola elementare con numerosi elementi di conoscenza acquisiti dalla tv e dai mini computer; bambini chiamati ad affrontare la realtà del loro futuro con il bisogno di padroneggiare conoscenze e strumenti molto più articolati di quanto si proponeva ai bambini di decenni addietro: la scuola elementare non è più soltanto insegnare a leggere e scrivere, a far di conto, un po' di geografia e la storia patria. Quella - sia detto con molto rispetto - è la scuola di De Amicis, che è stata di fondamentale importanza per unificare il paese, per alfabetizzarlo e per trasmettere buone norme basilari di comportamento ma non è quella di oggi. L'atteggiamento di amarcord verso il "maestro unico" con cui il ministro copre la manovra di drastico taglio di bilancio, e che trova alcuni sostenitori che tendono a pensare che il mondo sia rimasto quello della loro infanzia, ormai può essere riferito alla scuola materna ma non più a quella elementare di oggi e di domani. L'ampiezza di contenuti che questa deve trasmettere e il loro adeguato approfondimento non possono essere affidati a un solo insegnante se non tagliando contenuti o riducendo alla superficialità il loro insegnamento. Oggi alle elementari si insegna non soltanto italiano, storia, geografia e matematica (questa in modo ben diverso dal passato): si insegna, e si deve insegnare, anche inglese, musica, tecnologia, arte e immagine, scienze, educazione fisica; si realizzano laboratori di teatro, di cinema, di capacità di uso dei materiali. Tutto questo, tutto, è necessario per i bambini di oggi: come si può pensare che venga svolto da un solo insegnante se non con superficiale approssimazione? Che vi sia un insegnante prevalente, condizione prevista dalla riforma del '90 e rafforzata dal ministro Moratti, è bene ma non è possibile un "maestro unico" senza piombare in un passato estraneo alla condizione odierna. Difatti la scelta che il governo opera è brutale: l'orario di insegnamento della scuola elementare si contrae, repentinamente, a ventiquattro ore: il tempo che la scuola italiana dedica ai bambini perde molte ore a settimana, trenta ore al mese in meno. Le famiglie saranno in difficoltà e l'insegnamento impartito ai bambini perderà segmenti importanti di contenuto e scenderà di qualità. In aggiunta l'età degli insegnanti, senza ricambio per molti anni, dovendo riassorbire quelli in soprannumero, salirà sempre di più, e anche questo è un danno; e verrà meno il passaggio di esperienze tra chi insegna da tempo e chi inizia a insegnare oggi, per il semplice motivo che non vi sarà chi inizia a insegnare. La vera ragione del ritorno al "maestro unico" è chiarita dalla stessa formulazione della norma del decreto-legge: il risparmio di bilancio, tagliando decine di migliaia di posti di insegnante. Intendiamoci: tagliare le spese e, se ragionevole, i pubblici dipendenti è bene ma soltanto se l'effetto è il miglioramento del servizio reso al paese. In questo caso è il contrario: il risultato è una brusca e repentina contrazione della qualità del servizio scolastico primario. È davvero un grave passo indietro ed è un peccato contro il Paese e il suo futuro: la nostra scuola elementare è definita dagli istituti di valutazione internazionali tra le migliori al mondo. Lo era anche prima della riforma del '90, ma il merito di questa è averne mantenuto alto il livello qualitativo nelle ben diverse condizioni di oggi rispetto alle stagioni precedenti. Non si dica, per coprire questa brutale operazione contabile, che il bambino è più rassicurato se a scuola incontra una sola figura: bambini abituati a una vita di interrelazioni intensa come oggi avviene e che in famiglia hanno quanto meno due interlocutori nei genitori e in numero maggiore se vi sono fratelli e frequentano i nonni sono abituati a più figure di riferimento; che, tra l'altro, consentono loro maggiore libertà di relazione. Pregiudicare con tanta frettolosa leggerezza il nostro miglior settore scolastico si inserisce in una visione più volte manifestata da questo ministro: occorre cancellare gli ultimi quaranta anni della scuola italiana. Desta preoccupazione un ministro dell'istruzione che mostra di pensare che la storia della scuola italiana cominci oggi. In questi decenni si è verificato un grande fenomeno di avanzamento sociale, un'autentica pacifica rivoluzione positiva: l'istruzione diffusa e generalizzata in Italia, per tutti e ovunque. Si è realizzato, cioè, uno dei principali dettati della Costituzione sotto la guida di ministri e di forze politiche la cui opera merita di essere rispettata. All'inizio degli anni sessanta soltanto un bambino su quattro proseguiva gli studi oltre le elementari e soltanto uno su dodici andava oltre la scuola media: a partire dalla riforma del Ministro Gui si è realizzato il sistema scolastico nazionale italiano. Le scelte di quegli anni vanno rispettate e va difesa l'attuazione del diritto allo studio. Non vorrei che fosse questo, in realtà, il vero approdo: indebolire questo sistema che offre opportunità di istruzione a tutti per sostituirvi un sistema, in cui fatte salve alcune punte di eccellenza consegnate al mercato, si abbandoni tutto il resto, cioè la scuola per tutti, e si scarichi sugli enti locali l'onere maggiore della risposta alla domanda di istruzione, tornando in questo modo non a De Amicis ma ancor più indietro. * * * N.B.: L'articolo è apparso sul numero di domenica 7.9.2008 del quotidiano "Europa".
postato da: panteraclassica alle ore 21:25 | link | commenti
categorie: scuola, fioroni, gelmini, maestro, ssis, ge , scuola pubblica
martedì, 12 agosto 2008

settembre

 da  http://www.liberazione.it

Scuola, welfare, precari: a settembre rilanciamo il conflitto
Ma non illudiamoci sulla scesa in campo di Cgil e Pd


Loredana Fraleone

Usato come cemento tra le forze del Pdl e la Lega, nonché elemento sul quale consolidare la propria egemonia, il tema della "sicurezza" continua ad essere declinato dal governo Berlusconi, in forma diretta od indiretta, con misure che puntano a rendere invisibile la natura antipopolare della sua politica. Così avviene anche in questa devastante Finanziaria, nella quale i tagli all'istruzione ed al welfare, nel suo complesso, superano anche le più fosche aspettative.

Le città sono liberate dai "fastidiosi" zingari, le strade vengono presidiate dai militari, nelle scuole tornano grembiulini e voto di condotta funzionale alla bocciatura e chissà cos'altro, magari si arriverà agli elenchi dei docenti ribelli che rifiutano l'obbedienza al governo!

Contestualmente si tagliano classi e posti di lavoro del personale docente ed Ata, si bloccano le immissioni in ruolo, si torna al doppio canale dopo la scuola media. La popolarità di questi provvedimenti, però, mi sembra in ordine decrescente.

I più non sopportano gli zingari, molti sono perplessi sull'efficacia dei soldati per le strade, ad impedire qual si voglia crimine, che tra l'altro, ci dicono le statistiche, sono da tempo in netto costante calo in Italia. Dubito che la maggioranza degli Italiani apprezzino il sette in condotta ed i grembiulini per i propri figli.

Analisi e giudizi su queste politiche, tanto retrive quanto furbesche, sono fin troppo facili. Quello che serve davvero è capire come fermare tutto questo, come costruire movimenti di massa, come costringere i sindacati, in particolare la Cgil, a schierarsi con decisione contro la regressione materiale e morale che ci aggredisce. Non sarà facile, ma la costruzione di vertenze, conflitto e movimenti, sono indispensabili anche per un adeguamento della Cgil alla radicalità dello scontro.

Da questo punto di vista, trovo francamente illusorie alcune posizioni espresse recentemente, anche da Liberazione , su una efficace discesa in campo del sindacato e persino di alcuni settori del Partito democratico, a prescindere se si riuscirà o meno a far partire dalla società segnali forti che spingano in quella direzione.

Questi segnali dalla scuola possono partire molto presto, fin dai primissimi giorni di settembre, quando molti precari si troveranno ancora più precari e molti non saranno riconfermati su alcun posto di lavoro. Gli studenti si troveranno in classi più numerose, anche per via degli accorpamenti di quelle considerate "troppo piccole", perdendo continuità didattica e persino libri di testo, oltre all'indispensabile attenzione da parte dei docenti, impossibile in situazioni di sovraffollamento.

Ad alunni/e disabili saranno ridotte le ore di sostegno, e rischieranno di essere percepiti/e come un peso, dai propri compagni di classe, invece che un'occasione di arricchimento. Verranno a mancare risorse ancor più che in passato, per l'esigenze materiali e l'attività ordinaria delle scuole, altro che diritto allo studio!

Questo e molto ancora, percepibile nella vita quotidiana delle scuole, non tarderà a suscitare reazioni, un po' da tutti/e, perché tutti/e saranno toccati/e. Per quanto ci riguarda, non abbiamo perso l'allenamento al conflitto neanche durante il governo Prodi e la sua breve esistenza non ha dato il tempo di cancellare le relazioni, le reti, le aggregazioni proliferate ai tempi della Moratti.

Il contesto generale è più duro di allora, per ragioni oggettive e soggettive, ma il fronte sostanzialmente limitato, precedentemente, ad insegnanti e genitori potrebbe allargarsi finalmente agli studenti, ed i precari della scuola potrebbero trovare alleati tra quelli, sempre più in sofferenza, dell'università, della ricerca e della cultura in generale.

Sappiamo come e dove mettere le mani, insieme ai soggetti politici, sindacali ed associativi, con i quali abbiamo costruito una lunga e proficua collaborazione, si tratta soltanto di aspettare la ripresa di settembre.


10/08/2008

mercoledì, 06 agosto 2008

salviamo la scuola pubblica

Incontro con il Ministro - Dichiarazione di Francesco Scrima, Segretario Generale della CISL Scuola
Con questa manovra il Governo presenta la sua idea di scuola: un terreno di caccia in cui razziare risorse e sacrificare sull'altare del risanamento un servizio essenziale per il futuro del Paese.

Un Governo che millanta di abbassare per tutti il livello di tassazione, introduce la più pesante e iniqua tassa che si possa immaginare: una tassa sul futuro dei ragazzi e del Paese.

I tagli che verranno dall'applicazione del decreto non sono razionalizzazioni, sono dismissioni del sistema pubblico di istruzione che comporterà, tra l'altro, la scomparsa della scuola in tanti piccoli comuni.

Il problema a questo punto non riguarda solo la scuola e il suo personale, riguarda queste comunità e l'intera struttura civile del Paese.

Un conto è razionalizzare, un conto destrutturare: razionalizzare è utilizzare al meglio le risorse e dare qualità al sistema, destrutturare è abbattere e lasciare macerie.

Al Ministro dell'Economia vogliamo ricordare che Attila non è sicuramente un modello di strategia da seguire se si vuole puntare ad uno sviluppo sia civile che economico del Paese.

Al Presidente del Consiglio diciamo che forse avremo il ponte sullo stretto, ma sarà smantellata l'infrastruttura che più conta per una società della conoscenza.

Noi sfideremo il Governo sulle condizioni di fattibilità di questa manovra, che riteniamo una "missione impossibile" sia per l'entità degli interventi sia per la complessità e i tempi delle procedure che occorre mettere in atto, sia per l'intreccio delle competenze istituzionali e costituzionali in materia di programmazione dell'offerta formativa che coinvolgono, oltre al MIUR, le Autonomie Locali e le Regioni.

Al Ministro dell'istruzione chiediamo di dar seguito nella sua azione di Governo a quanto dichiarato in sede parlamentare: "La scuola non può essere solo un capitolo di bilancio".



Roma, 6 agosto 2008

Francesco Scrima, Segretario Generale della CISL Scuola